… la notte è giovane


Anche questo week end ha riservato qualche bella sorpresa per la famiglia. Sabato 29 settembre… “mi son svegliato e… io non pensavo a teeeeee”. Qualcuno mi deve spiegare perchè ho la testa piena di canzoni degli anni 60. boh. Dicevo, sabato 29 settembre c’è stata la “notte bianca” qui a toronto, che tanto per farsi “fighi” l’hanno chiamata “Nuit Blanche”, perchè tutte le cose affascinanti, romantiche e un pò notturne è bene che abbiano un tono un pò straniero, un “coté extraordinaire”… certo “white night” non si può sentire, neanche a Natale. Offre SCOTIABANK. Qui in canada gli sponsor non hanno tanti pudori come da noi, sono ben piazzati in prima fila a caratteri cubitali su tutti i manifesti, sempre in cima all’intestazione, mica a piè di pagina come in Europa, dove noi poveri ingenui ancora proviamo un certo imbarazzo a mischiare il denaro con l’arte… poveri fessi. Tutti gli “eventi” si fanno con i soldi e questo fatto, qui oltreoceano, lo sottolineano senza tante cerimonie. Comunque, un bel pezzo della città (non solo in centro per intenderci) era rivitalizzato dalla presenza di opere grandi e piccole, happening, installazioni, proiezioni, sperimentazioni, mostre. Anche un sacco di stronzate, tipo la pittrice che mentre dipinge viene legata, spalmata di gelato e leccata o il campionato di “high five”. Ricordate l’insopportabile Jovanotti che nel lontano 1988 (fonte wikipedia) ebbe il merito di portare il “dammi un cinque” (gimme five) tra le mandrie al pascolo di tanti adolescenti idioti lobotomizzati dalla protocultura televisiva dell’epoca? ecco, in un piccolo giardino di Toronto si svolgeva il campionato di “dammi un cinque”. Mi sembra leggittimo, dato che – questi americani – ne sono gli inventori… Non so… certe volte percepisco quasi una sorta di complesso di inferiorità dei canadesi nei confronti dei loro vicini statunitensi, per cui pare che, ad un certo punto, anche qui al nord, gli prende la foga per le puttanate all’americana maniera… vabbè… continuando a camminare per le strade della città, ci si imbatte in una larga piazza, forse l’unica piazza degna di tale nome a Toronto, Phillip Nathan Square, per l’occasione immersa in un’oscurità molto piacevole e inconsueta. Quanto è bello quando il buio avvolge le città, sempre in preda a manie illuministiche… il buio era necessario al gioco di proiezioni che si svolgeva tutto attorno. 6 dischi giganteschi – che neanche i radiotelescopi nel deserto del Nuovo Messico – erano illuminati da immagini amorfe e coloratissime… “Il museo della fine del mondo” dice l’insegna. Nei parcheggi sotterranei della piazza, altra arte di questo museo solleticava la nostra voglia di stupirci e in effetti in quei parcheggi dai soffitti bassi e dalle geometrie ortogonali, c’erano tutti gli elementi per una bella apocalisse epidemiologica, tutti zombie entro i prossimi 28 giorni!!! Fumo dalla macchina del fumo, foto macro di semi e terra, luci di taglio su oggetti d’uso comune, paranoia nucleare, i luoghi del vivere (casa, scuola, ufficio) ridotti a macerie di un’umanità moribonda, vampiresca e violenta… fine della recensione.
Una cosa più di tutte ha solleticato il mio interesse, perché ha fatto saltare uno dei tanti tappi moralistici che mi porto addosso: una bella esposizione live di pratiche “BONDAGE”.
Ora, non so cosa questo centri con l’arte, probabilmente nulla. A voler fare gli inquisitori è facile giudicare e condannare, tanto più che si tratta di dare spettacolo attraverso pratiche masochistiche. Però avreste dovuto vedere le facce di quella gente, della vittima e del carnefice, della legata e della legatrice (quasi tutte donne). Quelle facce e quei corpi non erano là (solo) per dare spettacolo, erano corpi seminudi, martoriati e appesi come quarti di bue, sofferenza vera, piaghe vere sulla carne, seni e cosce straziati da funi di canapa. Poi vabbè musica techno a palla, videocamere e “spettatori” che si aggiravano come in una sala delle torture postmedievale. In effetti il voyeurismo di noi avventori curiosi era più che complice di quelle afflizioni consensuali… e tutto sommato non posso non credere che parecchi stessero godendo con gli occhi… in quell’aria torrida da macello sovraccarica di endorfine endogene e di altra roba esogena e illegale. Insomma la città era piena di donnine seminude che si spacciavano per opere d’arte estemporanee, di giochini divertenti (tipo un marciapiede ricoperto di plastica con le bolle, quindi ad ogni passo dei pedoni era tutto uno scoppiettio), di finti operai che costruivano veri muri a simbolo di non so che, di gente che raccontava barzellette sul tram, e devo dire che – al dilà del gusto – tutto stò baraccone almeno scongiurava il solito tritacarne consumistico, disattento e frettoloso della metropoli.

P.s. naturalmente – avevate dubbi? – gli occhi dell’erede sono stati tenuti lontani da queste perturbazioni del mondo matto degli adulti. Anche lui se l’è spassata però, in giro fino a notte fonda a vedere cose strane dentro una città senza macchine e con un sacco, ma un sacco di gente per le strade (tanti “giovani”, anzi diciamo pure “ragazzini”), certo è stato difficile ad un certo punto far capire al pargolo che quel bellissimo triciclo illuminato perfettamente nei suoi colori scintillanti, abbandonato in un angolo tutto solo, non si poteva toccare… era un’opera d’arte!
Ringraziamo Yvonne J. Boothroyd per le foto qui sotto!

Prossima puntata: Andrew’s Scenic Acres

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HELLZAPOPPIN’ POST

Cari affezionati, questo blog sta per trasformarsi in un diario intimo, un confessionale perso nel cyberspazio, ma anche un accozzaglia di parole e immagini. Tanto per cominciare: l’altro giorno ho rubato un grappolo d’uva. Ebbene si, in un eccesso di zingaraggine io e il marmocchio eravamo in giro senza una meta fissa, camminavamo così, per il solo gusto di camminare (in verità camminava il padre e il figlio, sulle spalle appollaiato, rimirava la città, la folla, i camion e le autogru) su e giù per la Dundas Street West. L’ora del pranzo era bella che passata così lesto e furtivo, sotto suggerimento della prole, pongo la stessa sul braccio sinistro e in mezzo alla calca del mercato il braccio libero agguanta un bel grappolo. Con una faccia di bronzo esemplare il pupo comincia a mangiarla senza nemmeno raggiungere la distanza di sicurezza. E via, per oggi il pranzo è assicurato. Possiamo girovagare ancora per un pò, in questo strano mondo. E lasciarci andare a riflessioni ed emozioni, rimembranze transoceaniche e nuove visioni almeno finché lo sfintere del mostro cavalcioni richiamerà a sè tutte le nostre energie…

E’ passato ormai un mese e mezzo abbondante dal nostro arrivo e ormai passeggiare per Toronto è diventata una piacevole consuetudine, sopratutto quando ci sono almeno 20 gradi, una brezza sotto i 20 km/h e non più dell 60 % di umidità. In questi 45 giorni sono successe un sacco di cose, alcune belle, altre meno belle, alcune semplicemente pallose e molte altre che hanno messo a dura prova i nervi di madre, padre e figlio. Nel frattempo un migliaio e passa di volte questo blog  è stato aperto e letto da voi gente d’oltreoceano (in verità abbiamo degli abbonati anche da queste parti), molti hanno elogiato la scrittura svolazzante e un pò underground e il sottoscritto se ne compiace non c’è dubbio, ma è giunta l’ora di svelare almeno uno dei tanti mentori della prosa cinico-iperbolica, andate qui e fatevi due risate http://paperogaedintorni.wordpress.com/. Non credo che l’autore se ne abbia a male se diffondo le sue disavventure.

Ma torniamo a noi.

Come potete vedere da alcune foto sparse un pò a caso, qui in un mese sono cambiate molte cose, tanto per cominciare fa un caldo boia e per la prima volta nella nostra vita viviamo con l’aria condizionata fissa a nutrire la nostra artrite. Anche il mio pargolo, che di solito di fronte ai cambiamenti climatici non fa una piega, ha avuto qualche difficoltà di regolazione termica quando siamo rimasti impantanati sopra un tram di 8 tonnellate scaldato al sole in mezzo ad un piscina di sudori interetnici dove la focena più magra pesava 120 kg e il suo carrello della spesa traboccava mazzi di cipolle. Ho visto un rivolo di sudore scintillare sulla giovane tempia del mio ragazzo e il suo sguardo fisso nel vuoto implorava aria, acqua, qualsiasi cosa fosse sotto i 30 gradi. Insomma fa caldo, quel bel caldo umido che ti entra nei polmoni e te li sciacqua, che te lo senti in bocca e vien voglia di masticare e mandare giù. Aaaah altro che scirocco! Altro che favonio e faugnu!

Mentre tento di dare una forma leggibile – vano tentativo – a quello che scrivo passano i giorni e siccome ci sollazziamo spesso a parlare del tempo – sopratutto con il parentame via skype – vi aggiorno sulla situazione meteo, dopo un assaggio da savana sub-tropicale, qua è tornato il freddo, siamo intorno ai 13 gradi con vento da sferzante da nord e pioggie a tratti. Tempo più ballerino di questo non l’ho mai visto. Meno male che maggio ci ha regalato bellissime giornate giusto nel week-end quando l’allegra famigliola si riunisce per organizzare le – ormai – consuete gite. Stavolta “on the beach”, tutti in spiaggia, ma spiaggia da lago però.

Arriviamo che la temperatura non è esattamente da tintarella, il vento sostenuto ci regala brividi lungo la scoliosi, ma l’effetto distesa d’acqua e sciabordio sul bagnasciuga la dice lunga e rilassati ne godiamo. Il ragazzo cavalca le dune di una sabbia morfologicamente più vicina alla brecciolina  e si protende immancabilmente verso la riva dove il lago attende le sue scarpe, le sue calze e magari anche il bordo dei pantaloni, dipende dai riflessi di papà. Con lentezza scegliamo un posto dove accamparci e aspettare come lucertole che il sole ci scaldi abbastanza da liberare la pelle e cominciare a seccare gli strati di muschio che coltiviamo sotto magliette, maglioni e braghe di fustagno. Mezzi nudi finalmente, ci accoccoliamo sotto i raggi uv-a e uv-b della nostra stella che – devo dire – picchia di brutto. Mangiamo, giochiamo, pisciamo in pubblico, ruttiamo, scorreggiamo, dei veri signori insomma, mentre la mamma scatta fotografie. Il pargolo trova anche il tempo di schiacciare un pisolo, estasiarsi con degli aquiloni giganti, ascoltare buona musica dal vivo e naturalmente lanciare pietre nell’acqua per 4/6 ore consecutive. Insomma un’intera giornata di quelle che piacciono a papà… senza fare niente ma avendo a disposizione tutto.

E poi arrivò il circo. Ora, io non sono un esperto, certo, però, penso di avere una buona sensibilità per l’arte circense, insomma davanti ad un mangiafuoco, ad un acrobata o ad un prestigiatore penso di saper riconoscere un ciarlatano da uno che invece ci sa fare. Dovete sapere allora che qui a Toronto un paio di settimane fa hanno aperto una tre giorni chiamata nientemeno che Festival Internazionale del Circo. Wow dico io. Urka dice la mia metà. Uuuuuuhhh ulula il figlio. La location è perfetta, in centro, sul lungo lago, svariate migliaia di metri quadri dedicate all’evento. Ci fiondiamo come faine nel pollaio. Ora, non voglio fare il solito provinciale che sminuisce tutto quello che incontra però a tutto c’è un limite. Ad accoglierci un tizio sui trampoli che a rischio di collasso, ballava, suonava la chitarra e cantava sotto il sole, dentro il suo vestito da Cappellaio Matto or something like this. Ci immergiamo nella folla allora e andiamo alla scoperta della “situazione”. A ore 10 si staglia il gazebo della Procter&Gamble che regala stecche di proteine… tipo wurstel da ciucciare come un calippo… bah. A ore 2 lo stand della zia Maggie (Aunt Maggie) che insegna come coltivare l’orto e voler bene alla Madre Terra (mi raccomando reciclate!), 40 passi più avanti Zero gravity Circus vende magliette e propone posture da scimmia ai bambini stagionati appesi ad una corda come prosciutti, alle nostre spalle ci coglie un’esalazione di una frittura di pesce radioattiva che a solo inalarla ti si intasano le coronarie… insomma per il momento ci troviamo immersi in una sorta di casbah yankee piena di ciccioni che mangiano porcate e di gente che vuole venderti altre porcate ancora… ok ma il circo dov’è? Look… look over there, la Scuola di arte circense propone il suo spettacolo con i suoi giovani allievi… bene! andiamo a  vedere. Su un palco che neanche i Pink Floyd, un paio di contorsioniste e due ragazzini ossuti che giocano con le corde divertono qualche decina di centinaia di cerebrolesi… il mio ragazzo si annoia quasi subito, mamma e papà reggono per buona creanza poi abbandonano la postazione… vabbè dai proviamo all’interno, ci sono dei padiglioni con altri eventi… oooh finalmente una cosa sensata… uno stanzone gigante stracolmo di scatole ripiene di mattoncini lego, una vagonata di mattoncini lego di ogni forma e misura, roba da mandare in estasi qualsiasi moccioso e adulto accompagnatore… eh si …ma che centra con il circo?! … eeeh la Lego è uno degli sponsor… aaaahh ecco. Torniamo là fuori nella speranza che sul palco ci sia qualche spettacolino simpatico, che ne so… un paio di clown, un mangiafuoco, un giocoliere, qualsiasi cosa che non debba sollevare la tua coscienza di spettatore all’umana pietà… macchè… una sorta di Grillo Parlante in calzamaglia parlava a profusione dicendo – da quello che ho potuto capire – un sacco di fregnacce… That’s entertainment! Scoraggiati prendiamo la via del ritorno, ci conforta solo la presenza di Sol, Santiago e Julian che attrezzati per un pic nic ci guidano verso un piccolo parco dove dimenticare per sempre il TORONTO INTERNATIONAL CIRCUS FESTIVAL.
Eccovi una buona manciata di foto…