A Means to Mighty Ends

Sono arrivato a New York City alle 7.28 a.m. di un venerdi mattina. Solo. La notte passata in un bus molto scomodo mi aveva regalato la nebbia dell’insonne e un sacco di giunture intorpidite. Sono uscito dal terminal sulla 42esima strada come un monaco che entra al tempio, mondato dalle lordure del quotidiano e da ogni necessita’ e volizione. Apro le porte e New York avvolge come l’acqua un palombaro in caduta libera nell’abisso. Ascolto il mio respiro e scricchiolano le ginocchia, ma il passo si alza e trova presto la sua cadenza. Si cammina sul fondo e lo sguardo si alza d’istinto come quando cerchi luce e aria ma trovi solo muraglie verticali senza fine, da dove potresti essere caduto, ma non importa, perche’ la voglia e quella di prendersi a schiaffi per svegliarsi dal sogno. Invece sorridi e forse ti si dipinge sul viso una domanda indefinita, uno stupore sfumato. Imprechi, butti giu’ qualche sana parolaccia che ti riporta alla realta’ e finalmente ti spuntano le branchie. La tua nuova condizione di sardina metropolitana diventa sopportabile, insieme alle migliaia, in branco ordinate, sei destinato a fluttuare in questo acquario di cemento e catrame.
Ho cominciato ad andare verso est sulla 43esima strada e poi verso nord incontrando quasi per caso la Quinta Avenue… cominciavano a ronzarmi in testa tutte le voci dei dannati doppiatori di attori grandi e piccoli che si davano appuntamenti, che avrebbero svaligiato banche, che consigliavano ristoranti, che abitavano, passeggiavano, sgommavano sulle fottute strade numerate, ho finalmente comiciato a capire cosa diavolo fossero il west end, l’Upper est side, il Village e Soho e tutte quelle cose intraducibili per la Hollywood sbarcata sullo Stivale. Ho visto Times Square senza turisti (alle 7.48 am)e ho capito dopo che era una specie di miracolo.
Ho cominciato lentamente… e lo capisco solo ora – in quelle prime ore a Manhattan… ho cominciato lentamente ad ammazzare un sogno, un immaginario coltivato per anni, nutrito da ore e ore di flussi cinematografici che avevano costruito un mito, anzi un’intera mitologia fatta di luoghi, angoli, palazzi, scorci, ponti, stradine e stradone, taxi gialli e pareti di vetro. Come faro’ adesso a riguardare i film di Woody Allen? o i film di Spike Lee? e sopratutto perche’, tra i grattacieli, Spiderman non si e’ fatto vedere nemmeno una volta? dove sono gli alieni che minacciano di distruggere il mondo, puta caso, sempre dal centro di Manhattan? Eppure ho vagato per questo set a cielo aperto per almeno 12 ore, ma niente, nemmeno King Kong sull’Empire State Bilding. Che delusione! Solo smog, gente e rumore. Ecco il rumore… forse per colpa della stagione (troppi condizionatori accesi), sicuramente per colpa del traffico e non solo, New York ha un livello di decibel pazzesco distribuito in maniera capillare, non c’e’ angolo che si salvi da questo enorme boato continuo che ti rintrona. L’unica zona di salvezza sono i musei, peccato che tra Moma e Metropolitan fanno a gara a chi congela meglio i visitatori (19 gradi secchi dentro, 32 umidi fuori).
Pensavo che Milano fosse sporca, rumorosa e soffocante, beh… quasi tutta Manhattan e’ Milano al cubo, anzi alla quarta. La metropolitana… ecco… il film “I guerrieri della notte” e’ del 1979 (credo o giu’ di li’), guardatelo… la subway e’ ancora cosi’.

Dopo un paio di giorni a New York mi e’ venuto in mente un grande film e una scena in particolare che posso apprezzare solo ora.. (da La 25esima ora di Spike Lee)


e per chi vuole l’originale inglese

(continua)

Uno spettro si aggira per Toronto… e se rimanessimo qua?

Certo dalle foto e da quello che leggete voi direte … cacchio è tutto una figata!! che fortunati quei tre! beh manco per un cazzo… io francamente non dormo la notte… Non so esattamente perchè… forse perché non riesco a prendere questa parentesi canadese per quello che è… giusto una parentesi, o se preferite una finestra affacciata su un altro mondo dove capire più o meno quello che succede… Non dormo la notte forse perché attanagliato dal dubbio di aver fatto la scelta giusta e dall’ansia di dover scegliere sempre per il meglio… tutti hanno dato per scontato che ad Ottobre si torna… e anche noi. Quest’idea non è cambiata, troppe cose lasciate sospese attendono una conclusione o una fine a Milano… il dottorato della mia metà, il mio lavoro, il prezioso posto all’asilo del Mostriciattolo (non parlando naturalmente della rete di amicizie e affetti).
Partire è stata una scelta giusta e sacrosanta non c’è dubbio. Poi, superata la fase adrenalinica (10 giorni) dell’arrivo, sei incalzato dall’ansia di rendere proficuo il tuo soggiorno. Trovare un lavoro? imparare l’inglese? conoscere a fondo la città, la regione e tutto il continente? Cosa fare? Dove andare? Con chi parlare? Ma tutto deve essere ridimensionato davanti alla curatela del pargolo.
6 mesi sono pochi… pochissimi per organizzare la vita di una famiglia in un altro posto. Quindi, fatti due conti, è molto probabile che papà non saprà parlare in inglese meglio di quando è partito e la mamma avrà un grosso stress da fine lavori intellettuali, mentre il piccolo – gongolante – avrà goduto a profusione di questi luoghi e di tornare all’asilo non avrà per niente voglia. E meno male.
Beccatevi anche questo sfogo brutti cazzeggiatori del web, anzi… accogliete queste – come chiamarle? – perplessità… da parte di un “ragazzo” che, come me, di parlare vis-à-vis proprio non c’ha voglia mai.
Un abbraccio.