Differenza e ripetizione.


Tanto tempo fa ricordo, ed è un ricordo fresco, mia nonna… ricordo mia nonna intenta a spazzare il pavimento della cucina, subito dopo che noi maschi di tre generazioni (mio nonno, mio padre e io) avevamo lautamente consumato il pranzo preparato dalla stessa. Ricordo che mia nonna spazzava il pavimento della cucina almeno tre volte nell’arco della giornata. A metà mattina, dopo pranzo e dopo cena. Quella del pranzo era la ramazzata più importante perché precedeva il passaggio dello straccio umido, intinto nel secchio, strizzato, gettato a terra e poi strisciato sul pavimento. Un’intera sinfonia di gesti e di suoni che ti rimangono registrati addosso come un fonogramma, un incisione vinilica in fondo all’anima. Non c’è mocio vileda che tenga di fronte allo straccio della nonna. Ed io ancora oggi non riesco a lavare i pavimenti senza uno straccio che mi salvi dalla vile ipocrisia di quella chioma sfilacciata pseudoassorbente che ti promette poca sozzura tra le mani ma – diciamoci la verità – non serve a un cazzo. Non passava giorno senza che mia nonna spazzasse e lavasse il pavimento con una cura rituale forgiata dall’abitudine e da una legge non scritta cui tutti obbedivamo. E il pomeriggio, per me ragazzino, non iniziava mai veramente finché le sedie non erano ritte capovolte sopra il tavolo e la nonna non buttava l’ultima secchiata d’acqua sporca dentro al vater. Ecco che cos’è che ti forma, che ti si infila dentro come un turbine a rallentatore e che negli anni ti si spalma addosso dal di dentro e dal di fuori e in tutte le pieghe. I gesti ripetuti, le abitudini incrollabili, le ripetizioni di suoni, odori e visioni che quasi sempre rimangono invisibili ma che a ben guardare ti danno la solidità che ti inchioda alla vita più di qualsiasi altra cosa al mondo perchè hanno scolpito la tua pelle, le tue papille e tutti i tuoi recettori, quando ancora erano vispi e multiformi e non atrofizzati e pigri come in età adulta. E non mi tirate fuori la solita madeleine di proustiana memoria (che francamente ha rotto i coglioni) qua si tratta del rumore del pane secco sulla grattugia, del borbottio del sugo alle 10 del mattino, di lenzuola stirate e favole della buonanotte, di capanne costruite tra due sedie, di cene estive su un balcone, di insalate con la cipolla e di pasta al forno ingurgitata dopo il mare. Una comoda infanzia vissuta come unigenito del primogenito, quanti privilegi!
Tutto questo per dire cosa?
Boh. Sono i pensieri che mi invadevano nei giorni di permanenza di mio padre qui a Toronto.
Non so bene con quali aspettative mio padre sia arrivato oltreoceano e sono certo non lo sapeva nemmeno lui. La cosa che lo ha spinto a venire è sicuramente l’amore cieco e muto che nutre per il sangue del suo sangue, tutto il resto non ha importanza. A mio padre di vedere Toronto o un pezzetto di Canada non interessava granché, però ci è venuto e io ho insistito perchè venisse, ma Toronto vale come Ladispoli, a mio padre interessava stare un pò con suo figlio e suo nipote (e anche sua nuora và).
Chi se ne fotte – in effetti – di stà città tirata su in mezzo alla foresta 150 anni fa sulle ossa dei nativi? Chi se ne fotte della tranquillità dei quartieri residenziali o dei grattacieli del Financial District? Chi se ne fotte della torre più brutta e alta del mondo? Fanculo, fanculo tutto. Fanculo al lago e le sue isole. Fanculo allo spazio sprecato degli innumerevoli parchi. Fanculo ai musei pieni di cianfrusaglie e paccotiglia. Fanculo ai musi gialli di Chinatown e ai mangiaspaghetti di Little Italy, boriosi selfmademan. E giacchè ci siamo fanculo a tutta l’intera civiltà americana, fanculo brutti grassoni ammazzaindiani. Ecco, mio padre, secondo me, avrebbe potuto fare un discorso del genere e io l’avrei appoggiato, perché c’è sempre un comodo sottil piacere a insultare gratuitamente una diversità ingombrante come quella nordamericana. E’ molto probabile però che mio padre non abbia avuto la lucidità di scoprire quanto lui stesso fosse estraneo a quello che vedeva a Toronto. Infatti ha perseverato – almeno credo – per tutti i 15 giorni a conservare un distacco quasi totale da ogni cosa nuova che incontrava, e non ho ancora capito se per difendersi o per supposto sentimento di superiorità.
Quando ti accorgi che tuo padre non ha nessuna curiosità per un posto nuovo – e ci avresti scommesso una palla – e quando devi badare ad un figlio, alzi le braccia e ti arrendi strategicamente alle esigenze dell’uno e dell’altro.
Colazione, parco, pranzo, nanna, caffè in ghiaccio, ancora parco, cena, burraco, ancora nanna; cacca ad orari fissi – più volte al giorno – per uno, cacca casuale e sporadica per l’altro. Uscire da questo schema comportava una fatica notevole per uno come me che di energie esogene già ne ha poche, rompere la ripetizione liturgica che scandiva ogni giornata comportava spesso scene isteriche per il nipote e colon irritabile per il nonno. Bastava – certe volte – la sola presenza della mamma lavoratrice a rompere l’equilibrio sottile che i tre rizzos avevano duramente costituito durante i loro primi giorni di convivenza. A modo loro, un duenne blaterante, un padre e un nonno muti, atavicamente incapaci di parlare uno con l’altro, stavano insieme. E non facevano niente, eppure facevano tutto, facendo sempre più o meno le stesse cose.
Ecco come lentamente si può imparare la dedizione al ripetersi delle cose: esse non sono mai completamente uguali, si può scoprire che in ogni ripetizione si nasconde una differenza che le dà fondamento. Piuttosto, la ripetizione ritorna sempre come differenza… questo lo sanno bene i bambini, maestri d’abitudini e di rituali, attaccati come cozze a gesti, luoghi, parole, favole e cartoni animati consunti fino all’osso dopo la millesima visione.
Ma come, tuo padre si è smazzato 8000km, 9 ore di aereo, un bel pò di dindini, per fare quasi tutti i giorni le stesse cose? Praticamente sì, o quasi.

Beh vabbè, i giorni di pioggia e i giorni di colite penitente, vanno in pari con la gita alle cascate del Niagara, la gita alle isole, e i giri in città… il resto è differenza e ripetizione.

P.s. da quando mio padre è partito, spazzo a terra tutti i giorni, dopo pranzo, alla stessa ora e penso a mia nonna.

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Rocce e anfratti. Dalla Valle della Cupa al New Jersey


Cari affiliati,
l’estate entra ormai nella sua fase più stanca, il sovraccarico Agosto, in cui si consumano le ferie più sudate, in cui il tappo di un anno di lavoro (per voi) salta come uno Shuttle nella stratosfera e si cerca di catturare il catturabile, dentro il tempo liberato dal male occidentale che assilla voi calvinisti. E poi arriva il Ferragosto, da cavalcare come un’Idra atterrata sulla spiaggia, dove anche il mare implora pietà, ormai ingolfato di merda e rumore. Chissà come se la cava il nostro Salento in mezzo a questa crisi, se ancora una volta sopravviverà alla moria delle vacche da mungere (leggi turista nordico oriundo o trapiantato) tutte insieme e solo ad Agosto. Da queste parti si affaccia di soppiatto la voglia di dare un’occhiata alla terra natìa e di sentire che aria tira… anche solo per scoprire che tutto affoga in sagre apocrife e Burraco pomeridiani, in turcinieddhi arrosto e cozze aperte a llampa divorate nelle estenuanti tavolate di famiglia. Cose così qui mancano certo. Ma francamente di tutto questo me ne infischio.
A me manca il mare. Il Mio Mare, quello che è il mio mare, e c’è ne sono molti come lui ma quello è Mio. E’ il mare che riconosco dal sapore, il mare che mi riporta in vita come liquido amniotico, il mare che mi ha fatto e che mi disseta, il mare che riconosco come un vecchio amico fatto di rocce e anfratti che conosco palmo a palmo, il mare che mi permette di ingoiare 11 mesi di catrame milanese e 6 mesi di apnea canadese. Il mare che arrivarci è complicato, il mare senza gente, senza musica, senza niente, solo mare.
E mentre voi state per accollarvi un altro pomeriggio di languore, da queste parti piove con tuoni e fulmini, l’umidità pompa e questo grosso stagno che si chiama Toronto si ingrossa e si ingrassa. Sono lontani i giorni di New York dove si galoppava da mattina a sera dentro la pancia e sulla schiena del mostro. E’ lontano, e per fortuna, anche quel giorno di ordinaria follia ad Atlantic City, di cui credo di aver rimosso la maggior parte dei ricordi, ma ho rivisto le foto (presto on line) e tutta la banalità di quel Male mi è tornata nelle pupille e nel sangue. Per fortuna che durante il giro turistico nei megaCasinò io e il pargolo siamo rimasti a giocare con le onde e con la sabbia dell’oceano.
Non si capisce per quale diavoleria schizoide, lo Zio d’america ha deciso un giorno di portarci al Casinò. Va bene che sotto Natale venderei mia madre pur di farmi un sacrosanto tavolo di Bacarà con gli amici, come hai vecchi tempi, quando si puntavano fino a 500 lire, ma francamente di buttare soldi dentro una slot-machine non mi è mai venuta la fantasia… pensavo poi al Nonno Samba, praticamente quasi allergico alle carte, ideologicamente avverso anche al gratta e vinci, figurarsi tentare il gioco d’azzardo, manco scannato. Ma lo zio d’America è ostinato, anzi è psicologicamente impermeabile, non ci sono santi, si va ad Atlantic City a giocare al Casinò. Io sopravvivo a tutto questo come al solito, richiamando alla memoria film vecchi e nuovi, stavolta Scorsese e Soderberg sono i miei angeli custodi. Comunque la scena era più o meno questa.
Casinò Copacabana. Dal nostro Suv Ford scendono nell’ordine: Zia Tiziana, 73 anni, occhialoni da sole, carrello della spesa come deambulatore. Senza gli occhiali nel suo viso puoi ancora leggere la bellezza della gioventu che ogni tanto si congela nel dolore dei vecchi, come se in quegli occhi le sofferenze di una vita avessero trattenuto il barlume di un’eterna giovinezza, una grande cuoca, faccio una riverenza e mando un abbraccio alla nostra ospite. Zio Tino, quasi 60enne, femore dolorante, panza prominente, arranca come Penguin nelle fogne di Ghotam City, se da dietro l’angolo comparisse Joe Pesci (l’attore) battendogli la mano sulla spalla ed esplodendo in un “Hello my friend!” non mi sorprenderei affatto, grande imprenditore di se stesso, cambia fidanzata tante volte quanto la carta di credito, compagno di infanzia del nonno Samba, passato alla storia per gli scherzi allu Ginu de li Causi, quiddhu ca abbeta rretu la merceria dela soru de lu Maccagninu, ca ni morse lu cane sutta la machina delu Vitu Occhibelli, ddhu fascistune amicu delu caniatu de lu Pecora, ca a propositu, mo ca à chiusu, ce sta face?? pare ca se sta bide cu l’Armando Culonna, quiddhu dela Scuola Guida de SanPietru, ca ni manca nu dicetu alla manu destra, sine, sine ca poi sa fatta na specie de plastica à nu dottore de Lecce e quistu tantu a fattu ca sa spusata sorsa, la Pina de San Donatu – quiddha cu l’anche torte? – sine quiddha! – e la soru de quista, Carmelina me pare, sa spusata lu frate delu dottore, Totu Polimeno, lu scasciamachine de Muntruni, sula strata pe Cisaria, scasciamachine poi, TENE NU SACCU DE SORDI CHILAMMUERTU!…………..
Questi, dettaglio più dettaglio meno, erano i discorsi tra i due amici di vecchia data… moooolto pittoreschi! E poi c’è lo zio Nicolino che è una via di mezzo tra Charlie Chaplin e Hitler… e non solo nella fisiognomica… si definisce mussoliniano e la sua retorica socratica farebbe girare i coglioni a Buddha in persona… ma ogni tanto ha dei tempi comici perfetti sopratutto quando si lascia andare alle sue sentenze “se non senti piu dolore vuol dire che sei morto”. Tutti fratelli, i tre Americani sono la piccola parte di una famiglia numerosa dispersa tra il Salento e Brooklyn. Persone generose e affabili che ci hanno aperto le porte di nuova iork e dei casinò.
La giornata non finirà sulle sponde dell’atlantico… quando il sole stava per salutarci, dopo un’oretta di macchina, ecco aprirsi alle nostre pupille POINT PLEASANT, l’amena località dove vive il nipotino Chris, 38 anni, 4 figli, 2 suv, villa con piscina, motoscafo attraccato sul molo privato, giusto dopo la piscina e due barbecue per brontosauri. La Middle Class del New Jersey, alla faccia del cazzo! Insomma dopo una giornata in auto ad ascoltare aneddoti terroni e umorismo nero, dopo aver visitato posti assurdi dove il finto era il reale, dopo aver solcato sterminate moquette anni ’80 in compagnia di biscazzieri over 50 che dilapidano la propria e l’altrui pensione, dopo aver attraversato mondi in cui la parodia e l’imitazione sono l’ordine costituito, dopo aver goduto delle mille luci e dei giochi d’acqua nella Disneyland proibita ai minori, siamo approdati nel cuore della provincia americana, quella piacevole però, non certo quella triste e ingrugnita ma quella solare e spensierata, la provincia prossima all’oceano, con le sue lagune e le sue darsene, con i canali e le acque festose ancora fresche di 4 luglio.
Avremmo potuto godere tutto il giorno di questo sole, di questo mare chiuso e di questa barca, avremmo potuto sognare canotti, canoe ciambelle e braccioli, gabbiani urlanti e granchi mangiati vivi, avremmo potuto godere dei nostri corpi abbandonati sulle sdraio e di tavolate sovraccariche di cibo cucinato come si deve, avremmo potuto rivivere le emozioni de Lo Squalo guardando sfrecciare qualche sciatore nautico, avremmo potuto nuotare nella piscina d’acqua tiepida e guardare da lì il cielo terso, avremmo potuto cuocere un bufalo intero sulla griglia e affondare i denti nella carne tenera e succulenta, avremmo potuto, avremmo potuto, ma non abbiamo fatto niente di tutto questo. Ore 9 p.m. il nipote ci aspettava per pranzo, ma con lo zio Tino… il fuso orario è quello thailandese. Sulle ultime luci del crepuscolo però, un bagno tiepido, alla più volte menzionata piscina, lo abbiamo strappato. Abbiamo anche rimediato una gita in barca, via a tagliar la notte e le acque scure con il nostro bimotore di 9 metri. E con la prua inpennata abbiamo visto le luci delle case e di tutti quei soggiorni americani, vetrate senza tende che confinano con l’acqua. Abbiamo fatto visita al suocero, anche lui villa, panza, molo, barca. Il nipote, sulle note di Bruce The Boss, ci indicava con il dito la villa di Mohamed Alì. Ma il mio duenne già dormiva tra le braccia del nonno.

A Means to Mighty Ends

Sono arrivato a New York City alle 7.28 a.m. di un venerdi mattina. Solo. La notte passata in un bus molto scomodo mi aveva regalato la nebbia dell’insonne e un sacco di giunture intorpidite. Sono uscito dal terminal sulla 42esima strada come un monaco che entra al tempio, mondato dalle lordure del quotidiano e da ogni necessita’ e volizione. Apro le porte e New York avvolge come l’acqua un palombaro in caduta libera nell’abisso. Ascolto il mio respiro e scricchiolano le ginocchia, ma il passo si alza e trova presto la sua cadenza. Si cammina sul fondo e lo sguardo si alza d’istinto come quando cerchi luce e aria ma trovi solo muraglie verticali senza fine, da dove potresti essere caduto, ma non importa, perche’ la voglia e quella di prendersi a schiaffi per svegliarsi dal sogno. Invece sorridi e forse ti si dipinge sul viso una domanda indefinita, uno stupore sfumato. Imprechi, butti giu’ qualche sana parolaccia che ti riporta alla realta’ e finalmente ti spuntano le branchie. La tua nuova condizione di sardina metropolitana diventa sopportabile, insieme alle migliaia, in branco ordinate, sei destinato a fluttuare in questo acquario di cemento e catrame.
Ho cominciato ad andare verso est sulla 43esima strada e poi verso nord incontrando quasi per caso la Quinta Avenue… cominciavano a ronzarmi in testa tutte le voci dei dannati doppiatori di attori grandi e piccoli che si davano appuntamenti, che avrebbero svaligiato banche, che consigliavano ristoranti, che abitavano, passeggiavano, sgommavano sulle fottute strade numerate, ho finalmente comiciato a capire cosa diavolo fossero il west end, l’Upper est side, il Village e Soho e tutte quelle cose intraducibili per la Hollywood sbarcata sullo Stivale. Ho visto Times Square senza turisti (alle 7.48 am)e ho capito dopo che era una specie di miracolo.
Ho cominciato lentamente… e lo capisco solo ora – in quelle prime ore a Manhattan… ho cominciato lentamente ad ammazzare un sogno, un immaginario coltivato per anni, nutrito da ore e ore di flussi cinematografici che avevano costruito un mito, anzi un’intera mitologia fatta di luoghi, angoli, palazzi, scorci, ponti, stradine e stradone, taxi gialli e pareti di vetro. Come faro’ adesso a riguardare i film di Woody Allen? o i film di Spike Lee? e sopratutto perche’, tra i grattacieli, Spiderman non si e’ fatto vedere nemmeno una volta? dove sono gli alieni che minacciano di distruggere il mondo, puta caso, sempre dal centro di Manhattan? Eppure ho vagato per questo set a cielo aperto per almeno 12 ore, ma niente, nemmeno King Kong sull’Empire State Bilding. Che delusione! Solo smog, gente e rumore. Ecco il rumore… forse per colpa della stagione (troppi condizionatori accesi), sicuramente per colpa del traffico e non solo, New York ha un livello di decibel pazzesco distribuito in maniera capillare, non c’e’ angolo che si salvi da questo enorme boato continuo che ti rintrona. L’unica zona di salvezza sono i musei, peccato che tra Moma e Metropolitan fanno a gara a chi congela meglio i visitatori (19 gradi secchi dentro, 32 umidi fuori).
Pensavo che Milano fosse sporca, rumorosa e soffocante, beh… quasi tutta Manhattan e’ Milano al cubo, anzi alla quarta. La metropolitana… ecco… il film “I guerrieri della notte” e’ del 1979 (credo o giu’ di li’), guardatelo… la subway e’ ancora cosi’.

Dopo un paio di giorni a New York mi e’ venuto in mente un grande film e una scena in particolare che posso apprezzare solo ora.. (da La 25esima ora di Spike Lee)


e per chi vuole l’originale inglese

(continua)

Uno spettro si aggira per Toronto… e se rimanessimo qua?

Certo dalle foto e da quello che leggete voi direte … cacchio è tutto una figata!! che fortunati quei tre! beh manco per un cazzo… io francamente non dormo la notte… Non so esattamente perchè… forse perché non riesco a prendere questa parentesi canadese per quello che è… giusto una parentesi, o se preferite una finestra affacciata su un altro mondo dove capire più o meno quello che succede… Non dormo la notte forse perché attanagliato dal dubbio di aver fatto la scelta giusta e dall’ansia di dover scegliere sempre per il meglio… tutti hanno dato per scontato che ad Ottobre si torna… e anche noi. Quest’idea non è cambiata, troppe cose lasciate sospese attendono una conclusione o una fine a Milano… il dottorato della mia metà, il mio lavoro, il prezioso posto all’asilo del Mostriciattolo (non parlando naturalmente della rete di amicizie e affetti).
Partire è stata una scelta giusta e sacrosanta non c’è dubbio. Poi, superata la fase adrenalinica (10 giorni) dell’arrivo, sei incalzato dall’ansia di rendere proficuo il tuo soggiorno. Trovare un lavoro? imparare l’inglese? conoscere a fondo la città, la regione e tutto il continente? Cosa fare? Dove andare? Con chi parlare? Ma tutto deve essere ridimensionato davanti alla curatela del pargolo.
6 mesi sono pochi… pochissimi per organizzare la vita di una famiglia in un altro posto. Quindi, fatti due conti, è molto probabile che papà non saprà parlare in inglese meglio di quando è partito e la mamma avrà un grosso stress da fine lavori intellettuali, mentre il piccolo – gongolante – avrà goduto a profusione di questi luoghi e di tornare all’asilo non avrà per niente voglia. E meno male.
Beccatevi anche questo sfogo brutti cazzeggiatori del web, anzi… accogliete queste – come chiamarle? – perplessità… da parte di un “ragazzo” che, come me, di parlare vis-à-vis proprio non c’ha voglia mai.
Un abbraccio.