Andrew’s Scenic Acres


Virata ad ovest, direzione campagna. Poteva essere una domenica come un’altra, una domenica di quelle che nascono incerte e possono continuare insipide. Ma non lo è stato. Dinanzi a noi l’Ontario ‘(y)ours to discover’ (nostro da scoprire) e dietro il pargolo, immobilizzato nel suo seggiolino dalla stretta di un doppio giro di cinture che tanto tranquillizza la ‘zia’ canadese!
Superstrade, bivi, svincoli e auto in coda da evitare. Anche qui, come in patria, il giorno festivo è sinonimo di fuga dall’urbano. ‘Chinchin’ pronuncia il piccolo, nella sua lingua che cerca interpreti. Mi commuove sapere che ora un’auto ed un seggiolino abbiano per lui il sapore dell’avventura e che le mille avventure non siano valse come la sola, l’unica e la più importante, quella incrostata di selvatichezza e scomodità, eppure così intensamente vissuta ed ora tanto agognata: Alconquin Park!
Distesa orizzontale dell’occhio che guarda lontano. Campi. Distese di campi arati e casolari in legno. Ogni tanto un grido, una frenata e pronti a spalancare la portiera per correre a fotografare… quello scorcio, quel minuto, quell’incanto! Mangiamo uva, mentre a tutto volume rimbomba nell’abitacolo walzer e polKa di una band del basso veneto – CD originale gelosamente custodito dal padre della Zia. Mi assale un vortice di pensieri ed ho voglia di urlare, ma invece ballo e danzo come se mi sentissi stretta in quel ‘caschè’ tanto cantato da Guccini. C’è l’odore di una balera anni ’60, il rossore timido degli alberi in autunno ed un inno alle mie amiche e alla bellezza tutta femminile.
La meta è raggiunta. Questa è una fattoria della pianura Ontario. Abbiamo di fronte i girasoli e a lato un trattore che ci porta negli orti per masticare sapori di terra.
Accanto a me una donna, battezzata profanamente Zia, ha le tette piene di paglia. Salta, ride, gioca e si nasconde tra le balle di fieno. La guardo e la scopro bimba ed amica.
Il piccolo è un sorriso pieno, è una capriola di energie che si affaccia su questa terra d’oltreoceano. Eppure oggi a me il cielo pare quello delle mie origini. È un manto di azzurro intenso costellato da nuvole che a vederle sembra quasi di poterle toccare.
Le mani sono rosso sangue e il pargolo ha scoperto il gusto dei lamponi. Quelli ancora caldi di pianta, gonfi e vellutati, che schizzano in bocca appena incontrano le labbra. Non distoglie lo sguardo dagli arbusti ed è ben concentrato per raccogliere solo quelli rossi rossi. Tiene stretto il cestino: lui ama i suoi lamponi e li guarda, come se sapesse contarli.
Pian piano il pomeriggio si avvicina alla sera. Vicino ai fiori, l’arancione delle zucche e la Zia fa un regalo alla famiglia. Scegliere una zucca è un divertimento. Ognuna è personaggio, una faccia, una presenza. La nostra è là, tra le tante, ad aspettarci. Il piccolo prova a sollevarla, ma è… graaandeee e non ce la fa.
Il resto è un ritorno e nel portapacchi una zucca da portare a papà.

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CAPITOLO 2 Honey Harbour

Come vi scrivevo da qualche parte, l’ordine dell’universo e le forze galattiche si muovono con favore inedito per the Rizzos. Fortuna ha voluto che, nel lungo ponte per la festa del lavoro nordamericana (1 settembre), lo zio Scannasurgi fosse a portata di autobus dalla nostra Toronto (come è noto lo zio – al soldo dalla C.I.A. – addestra ratti al controspionaggio nei sotterranei della White House). Di nuovo la fortuna cieca ha voluto che una fanciulla dell’Ontario a caso avesse scelto, in tempi non sospetti, la nostra capitale come città d’adozione. Proprio nell’immensa Roma, lo zio e la fanciulla strinsero, anni addietro, platonica amicizia. Ora… questo triangolo fatato Roma-Toronto-Washington, voluto da una congiuntura astrale che si verifica ogni 2000 anni, ha sviluppato un baricentro che si chiama Honey Harbour. Honey Harbour è una località immersa in un arcipelago smisurato dove se non sei proprietario di un’isola di una dozzina di ettari, sei uno sfigato. Su ogni isola si erge almeno una villa in legno e vetro che per legge non può superare l’altezza degli alberi ma in estensione orizzontale chi se ne fotte: 400, 500 metri quadrati strappati alla natura che rimane dietro le immense vetrate dei soggiorni-campi da calcetto, con un arredamento rustico e alla buona certo, ma con un piano cucina di 8 metri. Siamo arrivati in questi luoghi dopo un paio d’ore d’auto, cullati dalla guida dello zio che con il naso sul parabrezza e tutte e due le mani incollate al volante, rispettava ligio tutti i limiti di velocità da vero pensionato sulla litoranea adriatica. Comprati i beni di prima necessità, 1 kilo di pasta e 24 birre, siamo stati catapultati nel mondo di acqua e barche della nostra ospite, una canadese romana dallo spiccato accento trasteverino, insomma la nostra Trasteverese. Capelli al vento e sole negli occhi cavalcavamo il nostro motoscafo, saltellando come grilli tra le onde degli altri motoscafi grandi e piccoli, uno spernacchiamento di motori lanciati sull’acqua. Finchè, superata qualche isola, attraversato qualche canale, tagliata a metà qualche boa, siamo giunti al nostro molo, che c’è ne sono tanti come lui, ma quello è il nostro.
Dopo che hai passato 4 giorni a spaccare legna per mangiare e a dormire sulla nuda terra, quando hai a disposizione una “dependance” quadrilocale con veranda affaccio baia e un molo privato con boschetto e amaca, ti viene voglia di alzare lo sguardo al cielo, convertirti velocemente e gridare “grazie Dio!”.
Altro che dio. Grazie alla nostra ospite e alla sua famiglia abbiamo passato un paio di giorni favolosi. Prigionieri in un’atmosfera da soap-opera abbiamo goduto nudi, in mutande e bikini di un mondo a parte, capace di mettere insieme la pace infinita che dona madre natura e l’ozio infinito che donano una birra fresca e una poltrona di vimini. E se proprio non sai stare fermo, puoi sempre prendere la canoa e pagaiare verso spiagge sconosciute, senza fretta però, tanto per fare qualcosa.
Un pò di sano remare o una nuotata nell’acqua dolce e pulita aprono la panza a ipercaloriche leccornie, tipo la premiata “carbonara dello zio”… e io che credevo che come la faccio io non la fa nessuno… e invece, oltre a sezionare gli ippocampi dei roditori, lo ziastro conosce il segreto della carbonara perfetta, come un samurai i segreti della sua katana. Il buon cibo, il moto moderato e l’aria sana agevolano anche il riposo della notte, se non fosse per il nostro amato zio carbonaro, il cui russare ricordava vagamente il suono di una betoniera con il singhiozzo, ma gli si deve ormai perdonare ogni cosa, sopratutto dopo che ha portato in dono un super aquilone per il mio ragazzo… scusa perfetta per far giocare il padre, moooolto più del figlio.
Il momento del congedo è stato triste. Come lasciare l’odorosa ombra degli amici pini? e quei tramonti e quella luna? Come staccarsi dalle acque immote e profumate? Come tornare alla civiltà dopo tanta profondissima quiete? Come abbandonare a se stesse quelle lunghe poltrone in veranda e le ultime 2 birre rimaste in frigo? Come sarà domani quando non potremo più dedicare le ore agli assurdi giochi di carte dell’infilatore di elettrodi nei crani dei simpatici cugini dei criceti, nonchè amico e zio acquisito Scannasurgi? E il nostro cucciolo come farà senza poter passare ore a grufolare nella fanghiglia? Come potrà sopravvivere nella città dalle mutande obbligatorie? Eppure siam tornati.
Rimane la lode alla Trasteverese e alla sua mamma che ci hanno riempito di vizi e di ozi regalandoci un altro pezzetto di Canada.

We’ve seen things you people wouldn’t believe…

Cari tutti che ci visitate (festeggiamo i 10.000 contatti!),
da queste parti il tempo scorre veloce, il vostro marmocchio preferito cresce alla velocità della luce e se ancora non mette due parole insieme, vi assicuro che in compenso corre e gioca come un assatanato. Lontani sono i tempi che videro la vetusta progenie solcare le terre canadesi. Ora the Rizzos continuano l’avventura cavalcando sicuri verso il suo traguardo in perfetta sincronia stellare: la cintura di Orione incontra Giove sul perielio di Mercurio e la triangolazione con le Pleiadi ci assicura un settembre in equilibrio “perfettamente instabile”. Le ultime settimane – infatti – sono state molto intense e tutta la famiglia ha accumulato esperienze di alta formazione sensoriale, tanto da riempire un magico cappello a cilindro di oggetti fantastici e visioni cristalline. Insomma abbiamo fatti i turisti.

CAPITOLO 1 – ALGONQUIN PARK
E’ successo che un giorno, come per incantesimo, mi sveglio una mattina dentro una tenda… sacco a pelo, materassino, ossa doloranti. Al mio fianco la mia sposa e dopo di lei il nostro ragazzo raggomitolato in un angolo, anche lui nel sacco per dormire due volte la sua lunghezza. Il nostro bozzolo era sospeso in quella strana luce d’aurora che si accende nelle tende con i primi raggi del sole, una via di mezzo tra la luce lunare e un neon sparato negli occhi. Getto uno sguardo veloce prima ai volti di affiliati e consanguinei e poi alle pareti del nostro igloo sintetico.
Anche questa notte nessun orso è venuto a farci visita.
Niente ironia gentili lettori, nella foresta dove eravamo la probabilità di incontrare un orso era piuttosto sostenuta, una probabilità piuttosto inedita per noi europei, quasi sprovvisti di plantigradi. Dunque mi svegliavo ed ero felice che la nostra tenda fosse ancora intera e nessuno squarcio a forma di artiglio avesse lacerato la nostra alcova di poliammide. Non tutti amano il campeggio, ai Rizzos invece il campeggio piace parecchio pare. Sopratutto il campeggio estremo. Il sottoscritto ama tirare fuori la testa dalla zip la mattina e scoprire di essere ancora (vivo) in mezzo al bosco, respirare profondo, dire qualche stronzata tipo:”Mi piace l’odore del napalm al mattino…” e cominciare una nuova giornata in cui tutti gli accessori superflui della vita borghese sono come per incanto eliminati. Vuoi lavarti la faccia? Non puoi, non c’è il lavandino. Vuoi svuotare le viscere leggendo un gustoso fumetto? Non puoi, non c’è una tazza nel raggio di 48 km. Vuoi mangiare una calda e nutriente colazione? Non puoi, il cibo è appeso a 5 metri da terra a 30 metri dal campo per evitare visite sgradite di lupi e altri simpatici 4 zampe. Vuoi farti un robusto caffè nero? Non puoi, noi canadesi beviamo sciacquatura di piatti marroncina. Vuoi magari ascoltare un pò di musica o le ultime notizie? Povero ingenuo… l’aggeggio più evoluto a tua disposizione è l’accendino. L’unica cosa che puoi fare quando ti svegli la mattina presto in una sterminata foresta di conifere che si affaccia su di un’immensa laguna solcata da una foschia vaporosa che lentamente si dissolve ai primi raggi di un sole brillante sulle piume di aironi e strolaghe, l’unica cosa che puoi fare quando ti svegli in un posto simile… è guardarlo. Guardarlo e ascoltarlo. Siamo nel cuore di un parco grande quanto il Friuli, niente elettricità, niente acqua corrente, è inutile cercare un posto dove prende il cellulare, il tuo cellulare da 400 euro lo puoi buttare nel cesso, ah no, il cesso non c’è. Non sentirai nessun motore, nessun aereo potrà solcare il tuo cielo, l’unico mezzo autorizzato è la canoa, l’unica strada è l’acqua. Che goduria!
Se poi a tutto questo ci aggiungi che finalmente ho una scusa perfetta per abbassare di parecchio il mio standard di igiene personale, che finalmente il pargolo ha una scusa perfetta per essere veramente selvaggio, lercio e bisunto pronto per la caccia alle rane accompagnato dal suo cane-lupo Lucy, che finalmente posso accendere ogni mattina il fuoco con tonnellate di legna che la foresta offre, cucinare i miei fagioli e mangiarli direttamente dalla padella, che finalmente posso fare un bagno che non sappia di cloro e scivolare tra le rocce lisce di una natura benigna, che finalmente l’indice della mia sposa è diventato rovente grazie a 10 milioni di foto… beh signore e signori, benvenuti in paradiso.
E se poi ci aggiungete che tutto questo è stato possibile grazie ad una persona tanto cara e deliziosa… beh allora il paradiso è pieno di hostess senza aerei. GRAZIE!

Ecco un video didattico http://youtu.be/id9p6ArDZgA

E così ogni mattina per mangiare dovevo far ginnastica e poi partire a raccatar legna, aggirandomi circospetto a non più di 50 metri dal campo, con una carica di adrenalina pronta ad esplodere e la salivazione azzerata, con le orecchie tese come un vulcaniano, pronto a correre con le ginocchia sopra la punta delle stesse, in preda al panico paranoide istillato dal fantasma di un peloso orso nero che mi solletica le terga.
Di orsi comunque neanche l’ombra. Una notte però, prima uno solo, poi tre e poi tanti ululati hanno svegliato anche il mio secondo occhio. Lupi nelle vicinanze? Tutto è durato troppo poco per essere veramente preoccupante, con la grazia di san Francesco ed un’atarassia gemellata con madre natura, mi son rigirato a ronfare fino al mattino.
3 notti e 4 giorni di questa vita hanno portato a nuova esistenza il corpo e la mente di tutta la famiglia. Finalmente a stretto contatto con anglofoni veri, siamo andati oltre il genitivo sassone e via verso l’infinito e il congiuntivo. Un gruppo cospicuo di boscaioli metropolitani ci ha accompagnato in questa avventura (e dotato di attrezzatura sopratutto), ci ha insegnato come pagaiare senza girare in tondo, ci ha viziato con stormi di pancake e spiedini di palline di zucchero (i marshmallows!). Il nostro duenne ha anche messo gli occhi su una fresca pulzella di 15 anni e adesso, quando la vede, cammina sulle punte e assume espressioni da ebete. Il vostro affezionatissimo ha anche sfoderato i suoi vecchi successi da strimpellatore di chitarra davanti a un bel fuoco di bivacco, duettando amorevolmente con la sua sposa… insomma un campeggio ‘into the wild’ con tutti quanti i crismi… ma non finisce qui cari tutti. Cosa è che ci piace di più? il contatto con le bellezze della natura selvaggia o il lusso addomesticato immerso in un paesaggio da sogno? Per sapere del secondo dovrete aspettare il prossimo capitolo. Intanto ecco le foto. Bye bye :-).

STARS AND STRIPES the Rizzos in U.S.A.

Tra le tante cose mi sono dimenticato delle cascate del Niagara… anche quelle le abbiamo beccate al volo all’imbrunire e pure aggratis… belle certo… ma più belle in questo grandioso film, simbolo degli anni ’80… 😉

Rocce e anfratti. Dalla Valle della Cupa al New Jersey


Cari affiliati,
l’estate entra ormai nella sua fase più stanca, il sovraccarico Agosto, in cui si consumano le ferie più sudate, in cui il tappo di un anno di lavoro (per voi) salta come uno Shuttle nella stratosfera e si cerca di catturare il catturabile, dentro il tempo liberato dal male occidentale che assilla voi calvinisti. E poi arriva il Ferragosto, da cavalcare come un’Idra atterrata sulla spiaggia, dove anche il mare implora pietà, ormai ingolfato di merda e rumore. Chissà come se la cava il nostro Salento in mezzo a questa crisi, se ancora una volta sopravviverà alla moria delle vacche da mungere (leggi turista nordico oriundo o trapiantato) tutte insieme e solo ad Agosto. Da queste parti si affaccia di soppiatto la voglia di dare un’occhiata alla terra natìa e di sentire che aria tira… anche solo per scoprire che tutto affoga in sagre apocrife e Burraco pomeridiani, in turcinieddhi arrosto e cozze aperte a llampa divorate nelle estenuanti tavolate di famiglia. Cose così qui mancano certo. Ma francamente di tutto questo me ne infischio.
A me manca il mare. Il Mio Mare, quello che è il mio mare, e c’è ne sono molti come lui ma quello è Mio. E’ il mare che riconosco dal sapore, il mare che mi riporta in vita come liquido amniotico, il mare che mi ha fatto e che mi disseta, il mare che riconosco come un vecchio amico fatto di rocce e anfratti che conosco palmo a palmo, il mare che mi permette di ingoiare 11 mesi di catrame milanese e 6 mesi di apnea canadese. Il mare che arrivarci è complicato, il mare senza gente, senza musica, senza niente, solo mare.
E mentre voi state per accollarvi un altro pomeriggio di languore, da queste parti piove con tuoni e fulmini, l’umidità pompa e questo grosso stagno che si chiama Toronto si ingrossa e si ingrassa. Sono lontani i giorni di New York dove si galoppava da mattina a sera dentro la pancia e sulla schiena del mostro. E’ lontano, e per fortuna, anche quel giorno di ordinaria follia ad Atlantic City, di cui credo di aver rimosso la maggior parte dei ricordi, ma ho rivisto le foto (presto on line) e tutta la banalità di quel Male mi è tornata nelle pupille e nel sangue. Per fortuna che durante il giro turistico nei megaCasinò io e il pargolo siamo rimasti a giocare con le onde e con la sabbia dell’oceano.
Non si capisce per quale diavoleria schizoide, lo Zio d’america ha deciso un giorno di portarci al Casinò. Va bene che sotto Natale venderei mia madre pur di farmi un sacrosanto tavolo di Bacarà con gli amici, come hai vecchi tempi, quando si puntavano fino a 500 lire, ma francamente di buttare soldi dentro una slot-machine non mi è mai venuta la fantasia… pensavo poi al Nonno Samba, praticamente quasi allergico alle carte, ideologicamente avverso anche al gratta e vinci, figurarsi tentare il gioco d’azzardo, manco scannato. Ma lo zio d’America è ostinato, anzi è psicologicamente impermeabile, non ci sono santi, si va ad Atlantic City a giocare al Casinò. Io sopravvivo a tutto questo come al solito, richiamando alla memoria film vecchi e nuovi, stavolta Scorsese e Soderberg sono i miei angeli custodi. Comunque la scena era più o meno questa.
Casinò Copacabana. Dal nostro Suv Ford scendono nell’ordine: Zia Tiziana, 73 anni, occhialoni da sole, carrello della spesa come deambulatore. Senza gli occhiali nel suo viso puoi ancora leggere la bellezza della gioventu che ogni tanto si congela nel dolore dei vecchi, come se in quegli occhi le sofferenze di una vita avessero trattenuto il barlume di un’eterna giovinezza, una grande cuoca, faccio una riverenza e mando un abbraccio alla nostra ospite. Zio Tino, quasi 60enne, femore dolorante, panza prominente, arranca come Penguin nelle fogne di Ghotam City, se da dietro l’angolo comparisse Joe Pesci (l’attore) battendogli la mano sulla spalla ed esplodendo in un “Hello my friend!” non mi sorprenderei affatto, grande imprenditore di se stesso, cambia fidanzata tante volte quanto la carta di credito, compagno di infanzia del nonno Samba, passato alla storia per gli scherzi allu Ginu de li Causi, quiddhu ca abbeta rretu la merceria dela soru de lu Maccagninu, ca ni morse lu cane sutta la machina delu Vitu Occhibelli, ddhu fascistune amicu delu caniatu de lu Pecora, ca a propositu, mo ca à chiusu, ce sta face?? pare ca se sta bide cu l’Armando Culonna, quiddhu dela Scuola Guida de SanPietru, ca ni manca nu dicetu alla manu destra, sine, sine ca poi sa fatta na specie de plastica à nu dottore de Lecce e quistu tantu a fattu ca sa spusata sorsa, la Pina de San Donatu – quiddha cu l’anche torte? – sine quiddha! – e la soru de quista, Carmelina me pare, sa spusata lu frate delu dottore, Totu Polimeno, lu scasciamachine de Muntruni, sula strata pe Cisaria, scasciamachine poi, TENE NU SACCU DE SORDI CHILAMMUERTU!…………..
Questi, dettaglio più dettaglio meno, erano i discorsi tra i due amici di vecchia data… moooolto pittoreschi! E poi c’è lo zio Nicolino che è una via di mezzo tra Charlie Chaplin e Hitler… e non solo nella fisiognomica… si definisce mussoliniano e la sua retorica socratica farebbe girare i coglioni a Buddha in persona… ma ogni tanto ha dei tempi comici perfetti sopratutto quando si lascia andare alle sue sentenze “se non senti piu dolore vuol dire che sei morto”. Tutti fratelli, i tre Americani sono la piccola parte di una famiglia numerosa dispersa tra il Salento e Brooklyn. Persone generose e affabili che ci hanno aperto le porte di nuova iork e dei casinò.
La giornata non finirà sulle sponde dell’atlantico… quando il sole stava per salutarci, dopo un’oretta di macchina, ecco aprirsi alle nostre pupille POINT PLEASANT, l’amena località dove vive il nipotino Chris, 38 anni, 4 figli, 2 suv, villa con piscina, motoscafo attraccato sul molo privato, giusto dopo la piscina e due barbecue per brontosauri. La Middle Class del New Jersey, alla faccia del cazzo! Insomma dopo una giornata in auto ad ascoltare aneddoti terroni e umorismo nero, dopo aver visitato posti assurdi dove il finto era il reale, dopo aver solcato sterminate moquette anni ’80 in compagnia di biscazzieri over 50 che dilapidano la propria e l’altrui pensione, dopo aver attraversato mondi in cui la parodia e l’imitazione sono l’ordine costituito, dopo aver goduto delle mille luci e dei giochi d’acqua nella Disneyland proibita ai minori, siamo approdati nel cuore della provincia americana, quella piacevole però, non certo quella triste e ingrugnita ma quella solare e spensierata, la provincia prossima all’oceano, con le sue lagune e le sue darsene, con i canali e le acque festose ancora fresche di 4 luglio.
Avremmo potuto godere tutto il giorno di questo sole, di questo mare chiuso e di questa barca, avremmo potuto sognare canotti, canoe ciambelle e braccioli, gabbiani urlanti e granchi mangiati vivi, avremmo potuto godere dei nostri corpi abbandonati sulle sdraio e di tavolate sovraccariche di cibo cucinato come si deve, avremmo potuto rivivere le emozioni de Lo Squalo guardando sfrecciare qualche sciatore nautico, avremmo potuto nuotare nella piscina d’acqua tiepida e guardare da lì il cielo terso, avremmo potuto cuocere un bufalo intero sulla griglia e affondare i denti nella carne tenera e succulenta, avremmo potuto, avremmo potuto, ma non abbiamo fatto niente di tutto questo. Ore 9 p.m. il nipote ci aspettava per pranzo, ma con lo zio Tino… il fuso orario è quello thailandese. Sulle ultime luci del crepuscolo però, un bagno tiepido, alla più volte menzionata piscina, lo abbiamo strappato. Abbiamo anche rimediato una gita in barca, via a tagliar la notte e le acque scure con il nostro bimotore di 9 metri. E con la prua inpennata abbiamo visto le luci delle case e di tutti quei soggiorni americani, vetrate senza tende che confinano con l’acqua. Abbiamo fatto visita al suocero, anche lui villa, panza, molo, barca. Il nipote, sulle note di Bruce The Boss, ci indicava con il dito la villa di Mohamed Alì. Ma il mio duenne già dormiva tra le braccia del nonno.

UNDERWEAR-LESS OBSESSION, ovvero come imparai a non preoccuparmi e ad amare New York

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“Prometheus, teacher in every art, brought the fire that hath provided to mortals a means to mighty ends”, che tradotto alla buona sarebbe: Prometeo, maestro in ogni arte, ha portato il fuoco che ha fornito ai comuni mortali un mezzo per fini imponenti.
Questo è scritto sopra la statua del titano che si azzuffava con Zeus, statua enorme e tutta d’oro in piazza Rockefeller, un luogo ameno nel cuore di Manhattan. Da quanto ho potuto vedere in giro, niente rappresenta meglio lo spirito americano di questa piazzetta di qualche piede quadrato incastrata tra i grattacieli. Abbiamo Prometeo… divinità arrogante, un pò presuntuosa, con quell’aria del “faccio tutto io e come lo faccio io non lo fa nessuno”, …sicuramente il fuoco divino che ha rubato è alimentato dal petrolio di John d. Rockefeller, l’uomo più ricco di tutti i tempi. In questa sorta di Olimpo del capitalismo – sulla parete del grattacielo Rockefeller ci sono pure Zeus e forse Atena o Era (boh) – non poteva mancare un richiamo al multiculturalismo con le centinaia di bandiere degli stati amici e fratelli (dov’è la bandiera dell’Iran?) e naturalmente la consacrazione dello spirito ludico di un popolo eternamente adolescente con un bel negozio della LEGO formato gigante. Sopra tutte le cose aleggia poi un certo alone – lasciatemelo dire – un pò fascista… il razionalismo quadrangolare nei grattacieli, gli orpelli tendenti al kitsch e le iconografie divine che nei volti richiamano pesantemente il nostro Benito Mascellone Mussolini… mah? probabilmente sono tutte distorsioni dell’insopportabile Art Déco… ma, comunque, come il prosciutto crudo e il bagno con i sali… anche i grattacieli sono un pò fascisti. Mi sto perdendo in chiacchiere lo so. Torniamo a noi.
Sono convinto di una cosa: ho visto NY nel momento sbagliato, a luglio… con la caldazza… insopportabile come qualsiasi grande città. Bisognerebbe immaginare la Quinta strada coperta di neve, oppure Park Avenue invasa dalle foglie ad ottobre, oppure Times Square… no Times Square sarà sempre uguale in qualsiasi stagione. Brooklyn in primavera però deve essere uno spettacolo…
In fondo di motivi per amare Nuova York ce ne sono a bizzeffe. Un mio caro amico ne ha trovato uno piuttosto importante, basato però su di una teoria del tutto personale. Questa teoria è tanto folle quanto semplice: le newyorchesi under 35 non portano le mutande. E qui bacchettoni e moralisti di turno possono anche smettere di leggere… è giunto il momento di un pò di sana goliardia come ai bei vecchi tempi delle medie e delle superiori (e pure dell’università). Dunque, questa teoria, per transitività (o qualcosa del genere), potrebbe essere estesa a tutto il popolo femminile americano, secondo un sillogismo alterato dall’alcol che vado ad esporre (e che Aristotele ci perdoni). Premessa maggiore: “Una mia amica di New York non portava le mutande”. Premessa minore: “All’aeroporto ho visto almeno 5 ragazze americane senza mutande”. Conclusione: “In estate tutte le ragazze americane sotto il vestitino svolazzante non portano le mutande”. Dovete sapere che io e questo mio amico, che chiamerò Scannasurgi, abbiamo passato ben due giorni a camminare per New York in lungo e in largo, cominciando dalla folkloristica Harlem (dove ho rischiato di essere arrotato da un motociclista amante dei marciapiedi) fino a giù e ancora più giù nella Lower Manhattan… addentrandoci nei meandri più reconditi del Central Park e del Metropolitan Museum, cavalcando ganzi il selciato di Wall Street, scrutando all’orizzonte la Statua della Libertà, gongolando da falsi Hipster per le strade di Brooklyn… ma in ogni istante, tra una avenue e l’altra, tra Malcom X e Luther King, tra un De Chirico e uno Chagall, tra una Cheese Cake e un caffè troppo lungo… l’occhio era in perenne caccia della traccia di un’assenza …sotto la gonnella, sotto il tubino, sotto il jeans… l’ossessione della smutandata ci colse e non ci abbandonò fino al ritorno in famiglia… e che famiglia. (continua)