Così vicino, così lontano…

Siamo tornati. E questo è l’ultimo post. Post postumo scritto in Italia. L’esistenza canadese è stata stroncata come un colpo di mannaia sul filo teso dell’aquilone. L’aquilone infatti è rimasto a Toronto nelle tenere mani (doloranti) della zia Paola. Al dolce vento che animava la città abbiamo affidato i nostri ultimi sguardi mentre ancora una volta venivamo dondolati sulla limousine/barca che ci portava all’aereoporto, in silenzio. Abbiamo finito in bellezza non cè’ dubbio con l’autunno che regalava dei colori così intensi da non avere nome. Il rientro è stato faticoso ed è tutt’ora una fatica. L’erede è contento ma va a letto alle 2 e il sottoscritto ha attacchi di sonno negli orari più strani. Siamo così impegnati a recuperare i pezzi della vecchia vita che ancora non abbiamo avuto il tempo di ricordare e capire che cosa è stata quella “nuova” al di là dell’oceano. Sembra tutto così lontano eppure era ieri che ogni mattina si prendeva la bici e il pargolo, con il suo casco sulle 23, aspettava la discesa per lanciare il suo barbarico urlo… e ti chiedeva di accompagnarlo… DOVEVI urlare insieme a lui! e cominciava la giornata! Sembra ieri che mangiavamo la pizza da Terroni con il gruppo di Algonquin Park, sembra ieri che la zia Paola bussava alla casa del ciliegio e si improvvisava una cena, sembra ieri che andavamo a comprare Repubblica in edizione ridotta dal cinese all’angolo, sembra ieri che scavavamo buche e alzavamo montagne nel nostro parco preferito, che ce ne sono molti come lui, ma quello era il nostro. Sembra ieri che giocavamo a “nascondino” (hide&seek) con C.J. e sua mamma Marzia. Sembra ieri che il quasitreenne e il suo amico Julian distruggevano “Sushi On Bloor”, luogo di culto per VOI amanti della cucina giappo. Sembra ieri che Melanie spariva nella notte in sella alla mia bici e con la nostra caffettiera. Sembra ieri che una donna tanto bella quanto strippata, ci ha mollato in 15 secondi 40 dollari per una bici che forse non li valeva. Sembra ieri che la zia Paola ci donava il primo e ultimo pranzo completamente “crudista”: una meravigliosa “lasagna” di verdure (vedi foto)…
Sono gli scherzi che combina il viaggio sempre troppo veloce via aereo, per noi malinconici meditabondi, che ci piace guardare dal finestrino il paesaggio che passa, l’aereo è una violenza. Prossima volta prendiamo la nave. Rispetto all’andata abbiamo stipato una valigia in più, dove abbiamo gettato alla rinfusa tutte le stronzate accumulate in 6 mesi. Un seggiolino da bici, un coltello da macellaio, una mannaia (quella per il filo dell’aquilone), un cappello in canapa misura 60, regalini e pensierini inutili, sciroppo d’acero come se piovesse, libri noiosi e/o incomprensibili, libri per mocciosi, scarpe nuove e scarpe vecchie, guantoni da sacco in pelle, un portapacchi da bici e set completo luci + trombetta, un portauovo, vari tupperware (in italiano non mi viene la parola), una targa d’auto dell’Ontario, calamite per il frigo, giravite rubati. Tante cose che si vanno ad aggiungere a quelle ritrovate qui. Anche questo autunno comincia la mia guerra contro gli oggetti. Presto, come tutti gli anni, andrò in giro per casa con un sacco nero, buttando tutte le stronzate, abbandonate là, inutili, brutte e ingombranti. Metà dei giochi del figlio finiranno in cantina, accanto ai 2/3 della biblioteca di mamma e papà (libri inutili per lo più).
Ed eccoci qua, a godere di questo cielo milanese, a respirare questa aria velenosa, ad affrontare tutto come se niente fosse successo. E a chi chiede “Beh come è andata?” … come è andata?! come è andato cosa?… Ah il Canada… è andata benissimo, ma è andata. Almeno così sembra.
Questo blog si chiude qua. La famiglia però ha deciso di continuare a torturare i vostri occhi e la vostra grammatica con un altro posto dove andare a curiosare cosa succede tra i Rizzos.
Andate qua nei prossimi lustri
http://therizzosinpatria.wordpress.com/
e se avremo tempo e voglia magari troverete qualche bella lettura da vater e qualche foto da invidiarci.
Suerte y Besos

The Rizzos
p.s. di seguito un pò di foto…
e un video a cura della zia Paola (GRAZIEEEE!) Bye bye Terroni

thanksgiving day


Nelle letture di un adolescente medio-sfigato, capita di solito il periodo “beat”. E giù con Kerouac, Ginsberg e compagni, ma il più tremendo di tutti era senz’altro William S. Burroughs. Lui ce l’aveva tutte: tossico, bisessuale, uxoricida, scrittore anarcoide e allucinato. Un libro per tutti: “Il pasto nudo”, da cui il grande Cronenberg ha tratto anche un film che ho visto due volte e tutte e due insieme al mio amico Musico. Perchè vi parlo di Burroughs? Perchè oggi è il Giorno del Ringraziamento!
Credo che nessun’altra generazione di scrittori abbia spalmato tanta merda sull’ American Way of Life quanto quella Beat. Hanno sgretolato ogni ipocrisia e morale, hanno fatto a pezzi molte convenzioni rassicuranti insieme a molta sintassi. Un pò figli dei fiori un pò figli di puttana, questi artisti della prosa e della poesia se la suonavano e se la cantavano un pò tra di loro… ma Burroughs no! Più vecchio di tutti e più pazzo di tutti, non avrebbe mai messo fiori nei cannoni, ma palle di ghisa pronte a esplodere… i suoi versi sono pure allucinazioni… vero “pus underground” per i palati più forti… Il grande vecchio mi è tornato in mente oggi che i canadesi si preparano a festeggiare il Thanksgiving Day, copiato pari pari dagli States che però lo festeggiano a Novembre. Si festeggiava un tempo la fine del raccolto e si rendeva grazie al Divino per l’abbondanza delle messi, oggi è rimasta solo la tradizione secolare e giù a tracannare vino e a masticar tacchino. Per noi Rizzos è stato un giorno come tanti… senza pretese.
Ecco qui sotto invece la preghiera del nostro scrittore pazzo dedicata al Thanksgiving Day (quello Usa però) (mi dispiace ma non la traduco!) (giù c’è il video con regia di Gus Van Sant) (baci a tutti):

“Thanks for the wild turkey and the passenger pigeons, destined to be shit out through wholesome American guts.
Thanks for a continent to despoil and poison.
Thanks for Indians to provide a modicum of challenge and danger.
Thanks for vast herds of bison to kill and skin leaving the carcasses to rot.
Thanks for bounties on wolves and coyotes.
Thanks for the American dream,
To vulgarize and to falsify until the bare lies shine through.
Thanks for the KKK.
For nigger-killin’ lawmen, feelin’ their notches.
For decent church-goin’ women, with their mean, pinched, bitter, evil faces.
Thanks for “Kill a Queer for Christ” stickers.
Thanks for laboratory AIDS.
Thanks for Prohibition and the war against drugs.
Thanks for a country where nobody’s allowed to mind the own business.
Thanks for a nation of finks.
Yes, thanks for all the memories– all right let’s see your arms!
You always were a headache and you always were a bore.
Thanks for the last and greatest betrayal of the last and greatest of human dreams.”

Andrew’s Scenic Acres


Virata ad ovest, direzione campagna. Poteva essere una domenica come un’altra, una domenica di quelle che nascono incerte e possono continuare insipide. Ma non lo è stato. Dinanzi a noi l’Ontario ‘(y)ours to discover’ (nostro da scoprire) e dietro il pargolo, immobilizzato nel suo seggiolino dalla stretta di un doppio giro di cinture che tanto tranquillizza la ‘zia’ canadese!
Superstrade, bivi, svincoli e auto in coda da evitare. Anche qui, come in patria, il giorno festivo è sinonimo di fuga dall’urbano. ‘Chinchin’ pronuncia il piccolo, nella sua lingua che cerca interpreti. Mi commuove sapere che ora un’auto ed un seggiolino abbiano per lui il sapore dell’avventura e che le mille avventure non siano valse come la sola, l’unica e la più importante, quella incrostata di selvatichezza e scomodità, eppure così intensamente vissuta ed ora tanto agognata: Alconquin Park!
Distesa orizzontale dell’occhio che guarda lontano. Campi. Distese di campi arati e casolari in legno. Ogni tanto un grido, una frenata e pronti a spalancare la portiera per correre a fotografare… quello scorcio, quel minuto, quell’incanto! Mangiamo uva, mentre a tutto volume rimbomba nell’abitacolo walzer e polKa di una band del basso veneto – CD originale gelosamente custodito dal padre della Zia. Mi assale un vortice di pensieri ed ho voglia di urlare, ma invece ballo e danzo come se mi sentissi stretta in quel ‘caschè’ tanto cantato da Guccini. C’è l’odore di una balera anni ’60, il rossore timido degli alberi in autunno ed un inno alle mie amiche e alla bellezza tutta femminile.
La meta è raggiunta. Questa è una fattoria della pianura Ontario. Abbiamo di fronte i girasoli e a lato un trattore che ci porta negli orti per masticare sapori di terra.
Accanto a me una donna, battezzata profanamente Zia, ha le tette piene di paglia. Salta, ride, gioca e si nasconde tra le balle di fieno. La guardo e la scopro bimba ed amica.
Il piccolo è un sorriso pieno, è una capriola di energie che si affaccia su questa terra d’oltreoceano. Eppure oggi a me il cielo pare quello delle mie origini. È un manto di azzurro intenso costellato da nuvole che a vederle sembra quasi di poterle toccare.
Le mani sono rosso sangue e il pargolo ha scoperto il gusto dei lamponi. Quelli ancora caldi di pianta, gonfi e vellutati, che schizzano in bocca appena incontrano le labbra. Non distoglie lo sguardo dagli arbusti ed è ben concentrato per raccogliere solo quelli rossi rossi. Tiene stretto il cestino: lui ama i suoi lamponi e li guarda, come se sapesse contarli.
Pian piano il pomeriggio si avvicina alla sera. Vicino ai fiori, l’arancione delle zucche e la Zia fa un regalo alla famiglia. Scegliere una zucca è un divertimento. Ognuna è personaggio, una faccia, una presenza. La nostra è là, tra le tante, ad aspettarci. Il piccolo prova a sollevarla, ma è… graaandeee e non ce la fa.
Il resto è un ritorno e nel portapacchi una zucca da portare a papà.

… la notte è giovane


Anche questo week end ha riservato qualche bella sorpresa per la famiglia. Sabato 29 settembre… “mi son svegliato e… io non pensavo a teeeeee”. Qualcuno mi deve spiegare perchè ho la testa piena di canzoni degli anni 60. boh. Dicevo, sabato 29 settembre c’è stata la “notte bianca” qui a toronto, che tanto per farsi “fighi” l’hanno chiamata “Nuit Blanche”, perchè tutte le cose affascinanti, romantiche e un pò notturne è bene che abbiano un tono un pò straniero, un “coté extraordinaire”… certo “white night” non si può sentire, neanche a Natale. Offre SCOTIABANK. Qui in canada gli sponsor non hanno tanti pudori come da noi, sono ben piazzati in prima fila a caratteri cubitali su tutti i manifesti, sempre in cima all’intestazione, mica a piè di pagina come in Europa, dove noi poveri ingenui ancora proviamo un certo imbarazzo a mischiare il denaro con l’arte… poveri fessi. Tutti gli “eventi” si fanno con i soldi e questo fatto, qui oltreoceano, lo sottolineano senza tante cerimonie. Comunque, un bel pezzo della città (non solo in centro per intenderci) era rivitalizzato dalla presenza di opere grandi e piccole, happening, installazioni, proiezioni, sperimentazioni, mostre. Anche un sacco di stronzate, tipo la pittrice che mentre dipinge viene legata, spalmata di gelato e leccata o il campionato di “high five”. Ricordate l’insopportabile Jovanotti che nel lontano 1988 (fonte wikipedia) ebbe il merito di portare il “dammi un cinque” (gimme five) tra le mandrie al pascolo di tanti adolescenti idioti lobotomizzati dalla protocultura televisiva dell’epoca? ecco, in un piccolo giardino di Toronto si svolgeva il campionato di “dammi un cinque”. Mi sembra leggittimo, dato che – questi americani – ne sono gli inventori… Non so… certe volte percepisco quasi una sorta di complesso di inferiorità dei canadesi nei confronti dei loro vicini statunitensi, per cui pare che, ad un certo punto, anche qui al nord, gli prende la foga per le puttanate all’americana maniera… vabbè… continuando a camminare per le strade della città, ci si imbatte in una larga piazza, forse l’unica piazza degna di tale nome a Toronto, Phillip Nathan Square, per l’occasione immersa in un’oscurità molto piacevole e inconsueta. Quanto è bello quando il buio avvolge le città, sempre in preda a manie illuministiche… il buio era necessario al gioco di proiezioni che si svolgeva tutto attorno. 6 dischi giganteschi – che neanche i radiotelescopi nel deserto del Nuovo Messico – erano illuminati da immagini amorfe e coloratissime… “Il museo della fine del mondo” dice l’insegna. Nei parcheggi sotterranei della piazza, altra arte di questo museo solleticava la nostra voglia di stupirci e in effetti in quei parcheggi dai soffitti bassi e dalle geometrie ortogonali, c’erano tutti gli elementi per una bella apocalisse epidemiologica, tutti zombie entro i prossimi 28 giorni!!! Fumo dalla macchina del fumo, foto macro di semi e terra, luci di taglio su oggetti d’uso comune, paranoia nucleare, i luoghi del vivere (casa, scuola, ufficio) ridotti a macerie di un’umanità moribonda, vampiresca e violenta… fine della recensione.
Una cosa più di tutte ha solleticato il mio interesse, perché ha fatto saltare uno dei tanti tappi moralistici che mi porto addosso: una bella esposizione live di pratiche “BONDAGE”.
Ora, non so cosa questo centri con l’arte, probabilmente nulla. A voler fare gli inquisitori è facile giudicare e condannare, tanto più che si tratta di dare spettacolo attraverso pratiche masochistiche. Però avreste dovuto vedere le facce di quella gente, della vittima e del carnefice, della legata e della legatrice (quasi tutte donne). Quelle facce e quei corpi non erano là (solo) per dare spettacolo, erano corpi seminudi, martoriati e appesi come quarti di bue, sofferenza vera, piaghe vere sulla carne, seni e cosce straziati da funi di canapa. Poi vabbè musica techno a palla, videocamere e “spettatori” che si aggiravano come in una sala delle torture postmedievale. In effetti il voyeurismo di noi avventori curiosi era più che complice di quelle afflizioni consensuali… e tutto sommato non posso non credere che parecchi stessero godendo con gli occhi… in quell’aria torrida da macello sovraccarica di endorfine endogene e di altra roba esogena e illegale. Insomma la città era piena di donnine seminude che si spacciavano per opere d’arte estemporanee, di giochini divertenti (tipo un marciapiede ricoperto di plastica con le bolle, quindi ad ogni passo dei pedoni era tutto uno scoppiettio), di finti operai che costruivano veri muri a simbolo di non so che, di gente che raccontava barzellette sul tram, e devo dire che – al dilà del gusto – tutto stò baraccone almeno scongiurava il solito tritacarne consumistico, disattento e frettoloso della metropoli.

P.s. naturalmente – avevate dubbi? – gli occhi dell’erede sono stati tenuti lontani da queste perturbazioni del mondo matto degli adulti. Anche lui se l’è spassata però, in giro fino a notte fonda a vedere cose strane dentro una città senza macchine e con un sacco, ma un sacco di gente per le strade (tanti “giovani”, anzi diciamo pure “ragazzini”), certo è stato difficile ad un certo punto far capire al pargolo che quel bellissimo triciclo illuminato perfettamente nei suoi colori scintillanti, abbandonato in un angolo tutto solo, non si poteva toccare… era un’opera d’arte!
Ringraziamo Yvonne J. Boothroyd per le foto qui sotto!

Prossima puntata: Andrew’s Scenic Acres