CAPITOLO 2 Honey Harbour

Come vi scrivevo da qualche parte, l’ordine dell’universo e le forze galattiche si muovono con favore inedito per the Rizzos. Fortuna ha voluto che, nel lungo ponte per la festa del lavoro nordamericana (1 settembre), lo zio Scannasurgi fosse a portata di autobus dalla nostra Toronto (come è noto lo zio – al soldo dalla C.I.A. – addestra ratti al controspionaggio nei sotterranei della White House). Di nuovo la fortuna cieca ha voluto che una fanciulla dell’Ontario a caso avesse scelto, in tempi non sospetti, la nostra capitale come città d’adozione. Proprio nell’immensa Roma, lo zio e la fanciulla strinsero, anni addietro, platonica amicizia. Ora… questo triangolo fatato Roma-Toronto-Washington, voluto da una congiuntura astrale che si verifica ogni 2000 anni, ha sviluppato un baricentro che si chiama Honey Harbour. Honey Harbour è una località immersa in un arcipelago smisurato dove se non sei proprietario di un’isola di una dozzina di ettari, sei uno sfigato. Su ogni isola si erge almeno una villa in legno e vetro che per legge non può superare l’altezza degli alberi ma in estensione orizzontale chi se ne fotte: 400, 500 metri quadrati strappati alla natura che rimane dietro le immense vetrate dei soggiorni-campi da calcetto, con un arredamento rustico e alla buona certo, ma con un piano cucina di 8 metri. Siamo arrivati in questi luoghi dopo un paio d’ore d’auto, cullati dalla guida dello zio che con il naso sul parabrezza e tutte e due le mani incollate al volante, rispettava ligio tutti i limiti di velocità da vero pensionato sulla litoranea adriatica. Comprati i beni di prima necessità, 1 kilo di pasta e 24 birre, siamo stati catapultati nel mondo di acqua e barche della nostra ospite, una canadese romana dallo spiccato accento trasteverino, insomma la nostra Trasteverese. Capelli al vento e sole negli occhi cavalcavamo il nostro motoscafo, saltellando come grilli tra le onde degli altri motoscafi grandi e piccoli, uno spernacchiamento di motori lanciati sull’acqua. Finchè, superata qualche isola, attraversato qualche canale, tagliata a metà qualche boa, siamo giunti al nostro molo, che c’è ne sono tanti come lui, ma quello è il nostro.
Dopo che hai passato 4 giorni a spaccare legna per mangiare e a dormire sulla nuda terra, quando hai a disposizione una “dependance” quadrilocale con veranda affaccio baia e un molo privato con boschetto e amaca, ti viene voglia di alzare lo sguardo al cielo, convertirti velocemente e gridare “grazie Dio!”.
Altro che dio. Grazie alla nostra ospite e alla sua famiglia abbiamo passato un paio di giorni favolosi. Prigionieri in un’atmosfera da soap-opera abbiamo goduto nudi, in mutande e bikini di un mondo a parte, capace di mettere insieme la pace infinita che dona madre natura e l’ozio infinito che donano una birra fresca e una poltrona di vimini. E se proprio non sai stare fermo, puoi sempre prendere la canoa e pagaiare verso spiagge sconosciute, senza fretta però, tanto per fare qualcosa.
Un pò di sano remare o una nuotata nell’acqua dolce e pulita aprono la panza a ipercaloriche leccornie, tipo la premiata “carbonara dello zio”… e io che credevo che come la faccio io non la fa nessuno… e invece, oltre a sezionare gli ippocampi dei roditori, lo ziastro conosce il segreto della carbonara perfetta, come un samurai i segreti della sua katana. Il buon cibo, il moto moderato e l’aria sana agevolano anche il riposo della notte, se non fosse per il nostro amato zio carbonaro, il cui russare ricordava vagamente il suono di una betoniera con il singhiozzo, ma gli si deve ormai perdonare ogni cosa, sopratutto dopo che ha portato in dono un super aquilone per il mio ragazzo… scusa perfetta per far giocare il padre, moooolto più del figlio.
Il momento del congedo è stato triste. Come lasciare l’odorosa ombra degli amici pini? e quei tramonti e quella luna? Come staccarsi dalle acque immote e profumate? Come tornare alla civiltà dopo tanta profondissima quiete? Come abbandonare a se stesse quelle lunghe poltrone in veranda e le ultime 2 birre rimaste in frigo? Come sarà domani quando non potremo più dedicare le ore agli assurdi giochi di carte dell’infilatore di elettrodi nei crani dei simpatici cugini dei criceti, nonchè amico e zio acquisito Scannasurgi? E il nostro cucciolo come farà senza poter passare ore a grufolare nella fanghiglia? Come potrà sopravvivere nella città dalle mutande obbligatorie? Eppure siam tornati.
Rimane la lode alla Trasteverese e alla sua mamma che ci hanno riempito di vizi e di ozi regalandoci un altro pezzetto di Canada.

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2 thoughts on “CAPITOLO 2 Honey Harbour

  1. ..e ben presto mi lascerete da solo su questo continente.. ah.. perlomeno adesso sapete che significa stare in un paese col caffe di M&rD@, spero che ogni tanto un panetto di Quarta me lo manderete per pacco aereo…

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