La giornata perfetta

Una volta qualcuno mi fece leggere un brano di Pasolini in un libro che era il resoconto (sopratutto fotografico) di un suo viaggio lungo le coste dello stivale. Mi è tornato in mente l’altro giorno quando io e il cucciolo ce la spassavamo in un grande parco. Il brano era questo:
“Sono felice. Era tanto che non potevo dirlo: e cos’è che mi dà questo intimo, previsto senso di gioia, di leggerezza? Niente. O quasi. Un silenzio meraviglioso è intorno a me: la camera del mio albergo in cui mi trovo da cinque minuti, dà su un grosso monte, verde verde, qualche casa modesta…”.
Solo uno stralcio trovato in rete, ma rende l’idea.
La vita, da queste parti, torna a quella che si chiama, per abitudine, “normalità”. In questa normalità riconosco di essere stato amorevolmente traghettato da mio figlio che lentamente mi ha svelato il segreto del tempo puntuale, unico e infinito. Il tempo eterno e circolare del gioco. E beati noi quando giocare significa circondarsi di alberi ancora carichi di foglie verdi riconoscibili una ad una nella luce della tarda mattina, quando giocare significa raccogliersi sotto il cielo azzurro, in una giornata di sole nè troppo calda né troppo fredda… quanto è bello giocare in una giornata perfetta senza sentire i morsi della fame e l’arsura della sete. Almeno quanto leggere il giornale immerso nella sabbia, poggiato ad una roccia e con un grappolo d’uva alla Tiberio Caio Pompeo. E così, tra un acino e l’altro, il quasi-treenne distrugge montagne e castelli immensi costruiti da papà che invece legge le ultime corbellerie combinate da quei simpaticoni dei politici italiani… ormai sempre più convinto che l’unica soluzione vera sia quella di seguire il consigli di Crozza: imbracciare i forconi (e qualche fucile). Ma a noi canadesi dei truogoli dei governanti italiani poco ce ne cale. Facciamo finta che tra quindici giorni non ci toccherà mica tornare in quello strano, buffo, tragicomico paese. Per intanto ci godiamo gli ultimi brandelli di questo sole, di questo mare (leggi lago), di questo vento. Si diceva che abbiamo infilato come guanti le sacrosante routines quotidiane, siamo tornati a stupirci di cose banali, tipo che il tonno Riomare costa più del tonno Callipo e che L’Espresso (il settimanale) costa 13 dollari… c’è da stupirsi – per esempio – che in tutta la città che abbiamo conosciuto non c’è neanche l’ombra di una macelleria equina – dannati inglesi!! Devo fare attenzione però a nominare carni di animali sventrati e sgozzati tra indicibili sofferenze per il solo palpeggiamento edonistico delle nostre papille… dato che la mia dolce metà ha maturato in questi mesi una straordinaria coscienza vegetariana che sconfina pericolosamente in un veganesimo anarchico e ballerino. Quindi tenetevi pronti oh amici e consanguinei perché – quando come per incanto torneremo a solcare i marciapiedi luridi di Via Giacosa – per il momento due cose solamente sono certe e assodate:
1) Per decreto di madre nessun animale morto e fatto a pezzi farà bella mostra di sé sulla tavola dei Rizzos (la carne si consumerà in riunioni segrete, in cantina o a casa dei nonni)
2) Per vicissitudini di autismo progressivo il papà non ha imparato un cazzo di inglese (quindi non fate domande idiote) e il figlio blatera una lingua tutta sua, una specie di esperanto all’incontrario con un’unica parola che le significa tutte: “COCCO”.
Insomma, stiamo per tornare e speriamo di reggere il colpo, prevedo tempi duri che verranno superati con le migliori strategie piccolo-borghesi: frigorifero nuovo, materassi e lenzuola nuove e sopratutto una lavastoviglie!!! Che Odino mi fulmini se entro Natale non avrò una lavastoviglie!
Stiamo per tornare e ci teniamo aggiornati! Pare infatti che in Italia, grazie alla crisi pare, frotte di amici (pare!) sfornano e infornano figli come fossero croissant, manco fosse un virus influenzale, tra extrauterini e intrauterini ne contiamo almeno 7. Abbiamo chiesto al quasi-treenne se gli sarebbe piaciuto avere una sorellina o un fratellino e lui, alzando le sopracciglia, con un sorriso beffardo, ha detto: “COCCOOOOOOOO”!!!

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CAPITOLO 2 Honey Harbour

Come vi scrivevo da qualche parte, l’ordine dell’universo e le forze galattiche si muovono con favore inedito per the Rizzos. Fortuna ha voluto che, nel lungo ponte per la festa del lavoro nordamericana (1 settembre), lo zio Scannasurgi fosse a portata di autobus dalla nostra Toronto (come è noto lo zio – al soldo dalla C.I.A. – addestra ratti al controspionaggio nei sotterranei della White House). Di nuovo la fortuna cieca ha voluto che una fanciulla dell’Ontario a caso avesse scelto, in tempi non sospetti, la nostra capitale come città d’adozione. Proprio nell’immensa Roma, lo zio e la fanciulla strinsero, anni addietro, platonica amicizia. Ora… questo triangolo fatato Roma-Toronto-Washington, voluto da una congiuntura astrale che si verifica ogni 2000 anni, ha sviluppato un baricentro che si chiama Honey Harbour. Honey Harbour è una località immersa in un arcipelago smisurato dove se non sei proprietario di un’isola di una dozzina di ettari, sei uno sfigato. Su ogni isola si erge almeno una villa in legno e vetro che per legge non può superare l’altezza degli alberi ma in estensione orizzontale chi se ne fotte: 400, 500 metri quadrati strappati alla natura che rimane dietro le immense vetrate dei soggiorni-campi da calcetto, con un arredamento rustico e alla buona certo, ma con un piano cucina di 8 metri. Siamo arrivati in questi luoghi dopo un paio d’ore d’auto, cullati dalla guida dello zio che con il naso sul parabrezza e tutte e due le mani incollate al volante, rispettava ligio tutti i limiti di velocità da vero pensionato sulla litoranea adriatica. Comprati i beni di prima necessità, 1 kilo di pasta e 24 birre, siamo stati catapultati nel mondo di acqua e barche della nostra ospite, una canadese romana dallo spiccato accento trasteverino, insomma la nostra Trasteverese. Capelli al vento e sole negli occhi cavalcavamo il nostro motoscafo, saltellando come grilli tra le onde degli altri motoscafi grandi e piccoli, uno spernacchiamento di motori lanciati sull’acqua. Finchè, superata qualche isola, attraversato qualche canale, tagliata a metà qualche boa, siamo giunti al nostro molo, che c’è ne sono tanti come lui, ma quello è il nostro.
Dopo che hai passato 4 giorni a spaccare legna per mangiare e a dormire sulla nuda terra, quando hai a disposizione una “dependance” quadrilocale con veranda affaccio baia e un molo privato con boschetto e amaca, ti viene voglia di alzare lo sguardo al cielo, convertirti velocemente e gridare “grazie Dio!”.
Altro che dio. Grazie alla nostra ospite e alla sua famiglia abbiamo passato un paio di giorni favolosi. Prigionieri in un’atmosfera da soap-opera abbiamo goduto nudi, in mutande e bikini di un mondo a parte, capace di mettere insieme la pace infinita che dona madre natura e l’ozio infinito che donano una birra fresca e una poltrona di vimini. E se proprio non sai stare fermo, puoi sempre prendere la canoa e pagaiare verso spiagge sconosciute, senza fretta però, tanto per fare qualcosa.
Un pò di sano remare o una nuotata nell’acqua dolce e pulita aprono la panza a ipercaloriche leccornie, tipo la premiata “carbonara dello zio”… e io che credevo che come la faccio io non la fa nessuno… e invece, oltre a sezionare gli ippocampi dei roditori, lo ziastro conosce il segreto della carbonara perfetta, come un samurai i segreti della sua katana. Il buon cibo, il moto moderato e l’aria sana agevolano anche il riposo della notte, se non fosse per il nostro amato zio carbonaro, il cui russare ricordava vagamente il suono di una betoniera con il singhiozzo, ma gli si deve ormai perdonare ogni cosa, sopratutto dopo che ha portato in dono un super aquilone per il mio ragazzo… scusa perfetta per far giocare il padre, moooolto più del figlio.
Il momento del congedo è stato triste. Come lasciare l’odorosa ombra degli amici pini? e quei tramonti e quella luna? Come staccarsi dalle acque immote e profumate? Come tornare alla civiltà dopo tanta profondissima quiete? Come abbandonare a se stesse quelle lunghe poltrone in veranda e le ultime 2 birre rimaste in frigo? Come sarà domani quando non potremo più dedicare le ore agli assurdi giochi di carte dell’infilatore di elettrodi nei crani dei simpatici cugini dei criceti, nonchè amico e zio acquisito Scannasurgi? E il nostro cucciolo come farà senza poter passare ore a grufolare nella fanghiglia? Come potrà sopravvivere nella città dalle mutande obbligatorie? Eppure siam tornati.
Rimane la lode alla Trasteverese e alla sua mamma che ci hanno riempito di vizi e di ozi regalandoci un altro pezzetto di Canada.

We’ve seen things you people wouldn’t believe…

Cari tutti che ci visitate (festeggiamo i 10.000 contatti!),
da queste parti il tempo scorre veloce, il vostro marmocchio preferito cresce alla velocità della luce e se ancora non mette due parole insieme, vi assicuro che in compenso corre e gioca come un assatanato. Lontani sono i tempi che videro la vetusta progenie solcare le terre canadesi. Ora the Rizzos continuano l’avventura cavalcando sicuri verso il suo traguardo in perfetta sincronia stellare: la cintura di Orione incontra Giove sul perielio di Mercurio e la triangolazione con le Pleiadi ci assicura un settembre in equilibrio “perfettamente instabile”. Le ultime settimane – infatti – sono state molto intense e tutta la famiglia ha accumulato esperienze di alta formazione sensoriale, tanto da riempire un magico cappello a cilindro di oggetti fantastici e visioni cristalline. Insomma abbiamo fatti i turisti.

CAPITOLO 1 – ALGONQUIN PARK
E’ successo che un giorno, come per incantesimo, mi sveglio una mattina dentro una tenda… sacco a pelo, materassino, ossa doloranti. Al mio fianco la mia sposa e dopo di lei il nostro ragazzo raggomitolato in un angolo, anche lui nel sacco per dormire due volte la sua lunghezza. Il nostro bozzolo era sospeso in quella strana luce d’aurora che si accende nelle tende con i primi raggi del sole, una via di mezzo tra la luce lunare e un neon sparato negli occhi. Getto uno sguardo veloce prima ai volti di affiliati e consanguinei e poi alle pareti del nostro igloo sintetico.
Anche questa notte nessun orso è venuto a farci visita.
Niente ironia gentili lettori, nella foresta dove eravamo la probabilità di incontrare un orso era piuttosto sostenuta, una probabilità piuttosto inedita per noi europei, quasi sprovvisti di plantigradi. Dunque mi svegliavo ed ero felice che la nostra tenda fosse ancora intera e nessuno squarcio a forma di artiglio avesse lacerato la nostra alcova di poliammide. Non tutti amano il campeggio, ai Rizzos invece il campeggio piace parecchio pare. Sopratutto il campeggio estremo. Il sottoscritto ama tirare fuori la testa dalla zip la mattina e scoprire di essere ancora (vivo) in mezzo al bosco, respirare profondo, dire qualche stronzata tipo:”Mi piace l’odore del napalm al mattino…” e cominciare una nuova giornata in cui tutti gli accessori superflui della vita borghese sono come per incanto eliminati. Vuoi lavarti la faccia? Non puoi, non c’è il lavandino. Vuoi svuotare le viscere leggendo un gustoso fumetto? Non puoi, non c’è una tazza nel raggio di 48 km. Vuoi mangiare una calda e nutriente colazione? Non puoi, il cibo è appeso a 5 metri da terra a 30 metri dal campo per evitare visite sgradite di lupi e altri simpatici 4 zampe. Vuoi farti un robusto caffè nero? Non puoi, noi canadesi beviamo sciacquatura di piatti marroncina. Vuoi magari ascoltare un pò di musica o le ultime notizie? Povero ingenuo… l’aggeggio più evoluto a tua disposizione è l’accendino. L’unica cosa che puoi fare quando ti svegli la mattina presto in una sterminata foresta di conifere che si affaccia su di un’immensa laguna solcata da una foschia vaporosa che lentamente si dissolve ai primi raggi di un sole brillante sulle piume di aironi e strolaghe, l’unica cosa che puoi fare quando ti svegli in un posto simile… è guardarlo. Guardarlo e ascoltarlo. Siamo nel cuore di un parco grande quanto il Friuli, niente elettricità, niente acqua corrente, è inutile cercare un posto dove prende il cellulare, il tuo cellulare da 400 euro lo puoi buttare nel cesso, ah no, il cesso non c’è. Non sentirai nessun motore, nessun aereo potrà solcare il tuo cielo, l’unico mezzo autorizzato è la canoa, l’unica strada è l’acqua. Che goduria!
Se poi a tutto questo ci aggiungi che finalmente ho una scusa perfetta per abbassare di parecchio il mio standard di igiene personale, che finalmente il pargolo ha una scusa perfetta per essere veramente selvaggio, lercio e bisunto pronto per la caccia alle rane accompagnato dal suo cane-lupo Lucy, che finalmente posso accendere ogni mattina il fuoco con tonnellate di legna che la foresta offre, cucinare i miei fagioli e mangiarli direttamente dalla padella, che finalmente posso fare un bagno che non sappia di cloro e scivolare tra le rocce lisce di una natura benigna, che finalmente l’indice della mia sposa è diventato rovente grazie a 10 milioni di foto… beh signore e signori, benvenuti in paradiso.
E se poi ci aggiungete che tutto questo è stato possibile grazie ad una persona tanto cara e deliziosa… beh allora il paradiso è pieno di hostess senza aerei. GRAZIE!

Ecco un video didattico http://youtu.be/id9p6ArDZgA

E così ogni mattina per mangiare dovevo far ginnastica e poi partire a raccatar legna, aggirandomi circospetto a non più di 50 metri dal campo, con una carica di adrenalina pronta ad esplodere e la salivazione azzerata, con le orecchie tese come un vulcaniano, pronto a correre con le ginocchia sopra la punta delle stesse, in preda al panico paranoide istillato dal fantasma di un peloso orso nero che mi solletica le terga.
Di orsi comunque neanche l’ombra. Una notte però, prima uno solo, poi tre e poi tanti ululati hanno svegliato anche il mio secondo occhio. Lupi nelle vicinanze? Tutto è durato troppo poco per essere veramente preoccupante, con la grazia di san Francesco ed un’atarassia gemellata con madre natura, mi son rigirato a ronfare fino al mattino.
3 notti e 4 giorni di questa vita hanno portato a nuova esistenza il corpo e la mente di tutta la famiglia. Finalmente a stretto contatto con anglofoni veri, siamo andati oltre il genitivo sassone e via verso l’infinito e il congiuntivo. Un gruppo cospicuo di boscaioli metropolitani ci ha accompagnato in questa avventura (e dotato di attrezzatura sopratutto), ci ha insegnato come pagaiare senza girare in tondo, ci ha viziato con stormi di pancake e spiedini di palline di zucchero (i marshmallows!). Il nostro duenne ha anche messo gli occhi su una fresca pulzella di 15 anni e adesso, quando la vede, cammina sulle punte e assume espressioni da ebete. Il vostro affezionatissimo ha anche sfoderato i suoi vecchi successi da strimpellatore di chitarra davanti a un bel fuoco di bivacco, duettando amorevolmente con la sua sposa… insomma un campeggio ‘into the wild’ con tutti quanti i crismi… ma non finisce qui cari tutti. Cosa è che ci piace di più? il contatto con le bellezze della natura selvaggia o il lusso addomesticato immerso in un paesaggio da sogno? Per sapere del secondo dovrete aspettare il prossimo capitolo. Intanto ecco le foto. Bye bye :-).