Rocce e anfratti. Dalla Valle della Cupa al New Jersey


Cari affiliati,
l’estate entra ormai nella sua fase più stanca, il sovraccarico Agosto, in cui si consumano le ferie più sudate, in cui il tappo di un anno di lavoro (per voi) salta come uno Shuttle nella stratosfera e si cerca di catturare il catturabile, dentro il tempo liberato dal male occidentale che assilla voi calvinisti. E poi arriva il Ferragosto, da cavalcare come un’Idra atterrata sulla spiaggia, dove anche il mare implora pietà, ormai ingolfato di merda e rumore. Chissà come se la cava il nostro Salento in mezzo a questa crisi, se ancora una volta sopravviverà alla moria delle vacche da mungere (leggi turista nordico oriundo o trapiantato) tutte insieme e solo ad Agosto. Da queste parti si affaccia di soppiatto la voglia di dare un’occhiata alla terra natìa e di sentire che aria tira… anche solo per scoprire che tutto affoga in sagre apocrife e Burraco pomeridiani, in turcinieddhi arrosto e cozze aperte a llampa divorate nelle estenuanti tavolate di famiglia. Cose così qui mancano certo. Ma francamente di tutto questo me ne infischio.
A me manca il mare. Il Mio Mare, quello che è il mio mare, e c’è ne sono molti come lui ma quello è Mio. E’ il mare che riconosco dal sapore, il mare che mi riporta in vita come liquido amniotico, il mare che mi ha fatto e che mi disseta, il mare che riconosco come un vecchio amico fatto di rocce e anfratti che conosco palmo a palmo, il mare che mi permette di ingoiare 11 mesi di catrame milanese e 6 mesi di apnea canadese. Il mare che arrivarci è complicato, il mare senza gente, senza musica, senza niente, solo mare.
E mentre voi state per accollarvi un altro pomeriggio di languore, da queste parti piove con tuoni e fulmini, l’umidità pompa e questo grosso stagno che si chiama Toronto si ingrossa e si ingrassa. Sono lontani i giorni di New York dove si galoppava da mattina a sera dentro la pancia e sulla schiena del mostro. E’ lontano, e per fortuna, anche quel giorno di ordinaria follia ad Atlantic City, di cui credo di aver rimosso la maggior parte dei ricordi, ma ho rivisto le foto (presto on line) e tutta la banalità di quel Male mi è tornata nelle pupille e nel sangue. Per fortuna che durante il giro turistico nei megaCasinò io e il pargolo siamo rimasti a giocare con le onde e con la sabbia dell’oceano.
Non si capisce per quale diavoleria schizoide, lo Zio d’america ha deciso un giorno di portarci al Casinò. Va bene che sotto Natale venderei mia madre pur di farmi un sacrosanto tavolo di Bacarà con gli amici, come hai vecchi tempi, quando si puntavano fino a 500 lire, ma francamente di buttare soldi dentro una slot-machine non mi è mai venuta la fantasia… pensavo poi al Nonno Samba, praticamente quasi allergico alle carte, ideologicamente avverso anche al gratta e vinci, figurarsi tentare il gioco d’azzardo, manco scannato. Ma lo zio d’America è ostinato, anzi è psicologicamente impermeabile, non ci sono santi, si va ad Atlantic City a giocare al Casinò. Io sopravvivo a tutto questo come al solito, richiamando alla memoria film vecchi e nuovi, stavolta Scorsese e Soderberg sono i miei angeli custodi. Comunque la scena era più o meno questa.
Casinò Copacabana. Dal nostro Suv Ford scendono nell’ordine: Zia Tiziana, 73 anni, occhialoni da sole, carrello della spesa come deambulatore. Senza gli occhiali nel suo viso puoi ancora leggere la bellezza della gioventu che ogni tanto si congela nel dolore dei vecchi, come se in quegli occhi le sofferenze di una vita avessero trattenuto il barlume di un’eterna giovinezza, una grande cuoca, faccio una riverenza e mando un abbraccio alla nostra ospite. Zio Tino, quasi 60enne, femore dolorante, panza prominente, arranca come Penguin nelle fogne di Ghotam City, se da dietro l’angolo comparisse Joe Pesci (l’attore) battendogli la mano sulla spalla ed esplodendo in un “Hello my friend!” non mi sorprenderei affatto, grande imprenditore di se stesso, cambia fidanzata tante volte quanto la carta di credito, compagno di infanzia del nonno Samba, passato alla storia per gli scherzi allu Ginu de li Causi, quiddhu ca abbeta rretu la merceria dela soru de lu Maccagninu, ca ni morse lu cane sutta la machina delu Vitu Occhibelli, ddhu fascistune amicu delu caniatu de lu Pecora, ca a propositu, mo ca à chiusu, ce sta face?? pare ca se sta bide cu l’Armando Culonna, quiddhu dela Scuola Guida de SanPietru, ca ni manca nu dicetu alla manu destra, sine, sine ca poi sa fatta na specie de plastica à nu dottore de Lecce e quistu tantu a fattu ca sa spusata sorsa, la Pina de San Donatu – quiddha cu l’anche torte? – sine quiddha! – e la soru de quista, Carmelina me pare, sa spusata lu frate delu dottore, Totu Polimeno, lu scasciamachine de Muntruni, sula strata pe Cisaria, scasciamachine poi, TENE NU SACCU DE SORDI CHILAMMUERTU!…………..
Questi, dettaglio più dettaglio meno, erano i discorsi tra i due amici di vecchia data… moooolto pittoreschi! E poi c’è lo zio Nicolino che è una via di mezzo tra Charlie Chaplin e Hitler… e non solo nella fisiognomica… si definisce mussoliniano e la sua retorica socratica farebbe girare i coglioni a Buddha in persona… ma ogni tanto ha dei tempi comici perfetti sopratutto quando si lascia andare alle sue sentenze “se non senti piu dolore vuol dire che sei morto”. Tutti fratelli, i tre Americani sono la piccola parte di una famiglia numerosa dispersa tra il Salento e Brooklyn. Persone generose e affabili che ci hanno aperto le porte di nuova iork e dei casinò.
La giornata non finirà sulle sponde dell’atlantico… quando il sole stava per salutarci, dopo un’oretta di macchina, ecco aprirsi alle nostre pupille POINT PLEASANT, l’amena località dove vive il nipotino Chris, 38 anni, 4 figli, 2 suv, villa con piscina, motoscafo attraccato sul molo privato, giusto dopo la piscina e due barbecue per brontosauri. La Middle Class del New Jersey, alla faccia del cazzo! Insomma dopo una giornata in auto ad ascoltare aneddoti terroni e umorismo nero, dopo aver visitato posti assurdi dove il finto era il reale, dopo aver solcato sterminate moquette anni ’80 in compagnia di biscazzieri over 50 che dilapidano la propria e l’altrui pensione, dopo aver attraversato mondi in cui la parodia e l’imitazione sono l’ordine costituito, dopo aver goduto delle mille luci e dei giochi d’acqua nella Disneyland proibita ai minori, siamo approdati nel cuore della provincia americana, quella piacevole però, non certo quella triste e ingrugnita ma quella solare e spensierata, la provincia prossima all’oceano, con le sue lagune e le sue darsene, con i canali e le acque festose ancora fresche di 4 luglio.
Avremmo potuto godere tutto il giorno di questo sole, di questo mare chiuso e di questa barca, avremmo potuto sognare canotti, canoe ciambelle e braccioli, gabbiani urlanti e granchi mangiati vivi, avremmo potuto godere dei nostri corpi abbandonati sulle sdraio e di tavolate sovraccariche di cibo cucinato come si deve, avremmo potuto rivivere le emozioni de Lo Squalo guardando sfrecciare qualche sciatore nautico, avremmo potuto nuotare nella piscina d’acqua tiepida e guardare da lì il cielo terso, avremmo potuto cuocere un bufalo intero sulla griglia e affondare i denti nella carne tenera e succulenta, avremmo potuto, avremmo potuto, ma non abbiamo fatto niente di tutto questo. Ore 9 p.m. il nipote ci aspettava per pranzo, ma con lo zio Tino… il fuso orario è quello thailandese. Sulle ultime luci del crepuscolo però, un bagno tiepido, alla più volte menzionata piscina, lo abbiamo strappato. Abbiamo anche rimediato una gita in barca, via a tagliar la notte e le acque scure con il nostro bimotore di 9 metri. E con la prua inpennata abbiamo visto le luci delle case e di tutti quei soggiorni americani, vetrate senza tende che confinano con l’acqua. Abbiamo fatto visita al suocero, anche lui villa, panza, molo, barca. Il nipote, sulle note di Bruce The Boss, ci indicava con il dito la villa di Mohamed Alì. Ma il mio duenne già dormiva tra le braccia del nonno.

UNDERWEAR-LESS OBSESSION, ovvero come imparai a non preoccuparmi e ad amare New York

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“Prometheus, teacher in every art, brought the fire that hath provided to mortals a means to mighty ends”, che tradotto alla buona sarebbe: Prometeo, maestro in ogni arte, ha portato il fuoco che ha fornito ai comuni mortali un mezzo per fini imponenti.
Questo è scritto sopra la statua del titano che si azzuffava con Zeus, statua enorme e tutta d’oro in piazza Rockefeller, un luogo ameno nel cuore di Manhattan. Da quanto ho potuto vedere in giro, niente rappresenta meglio lo spirito americano di questa piazzetta di qualche piede quadrato incastrata tra i grattacieli. Abbiamo Prometeo… divinità arrogante, un pò presuntuosa, con quell’aria del “faccio tutto io e come lo faccio io non lo fa nessuno”, …sicuramente il fuoco divino che ha rubato è alimentato dal petrolio di John d. Rockefeller, l’uomo più ricco di tutti i tempi. In questa sorta di Olimpo del capitalismo – sulla parete del grattacielo Rockefeller ci sono pure Zeus e forse Atena o Era (boh) – non poteva mancare un richiamo al multiculturalismo con le centinaia di bandiere degli stati amici e fratelli (dov’è la bandiera dell’Iran?) e naturalmente la consacrazione dello spirito ludico di un popolo eternamente adolescente con un bel negozio della LEGO formato gigante. Sopra tutte le cose aleggia poi un certo alone – lasciatemelo dire – un pò fascista… il razionalismo quadrangolare nei grattacieli, gli orpelli tendenti al kitsch e le iconografie divine che nei volti richiamano pesantemente il nostro Benito Mascellone Mussolini… mah? probabilmente sono tutte distorsioni dell’insopportabile Art Déco… ma, comunque, come il prosciutto crudo e il bagno con i sali… anche i grattacieli sono un pò fascisti. Mi sto perdendo in chiacchiere lo so. Torniamo a noi.
Sono convinto di una cosa: ho visto NY nel momento sbagliato, a luglio… con la caldazza… insopportabile come qualsiasi grande città. Bisognerebbe immaginare la Quinta strada coperta di neve, oppure Park Avenue invasa dalle foglie ad ottobre, oppure Times Square… no Times Square sarà sempre uguale in qualsiasi stagione. Brooklyn in primavera però deve essere uno spettacolo…
In fondo di motivi per amare Nuova York ce ne sono a bizzeffe. Un mio caro amico ne ha trovato uno piuttosto importante, basato però su di una teoria del tutto personale. Questa teoria è tanto folle quanto semplice: le newyorchesi under 35 non portano le mutande. E qui bacchettoni e moralisti di turno possono anche smettere di leggere… è giunto il momento di un pò di sana goliardia come ai bei vecchi tempi delle medie e delle superiori (e pure dell’università). Dunque, questa teoria, per transitività (o qualcosa del genere), potrebbe essere estesa a tutto il popolo femminile americano, secondo un sillogismo alterato dall’alcol che vado ad esporre (e che Aristotele ci perdoni). Premessa maggiore: “Una mia amica di New York non portava le mutande”. Premessa minore: “All’aeroporto ho visto almeno 5 ragazze americane senza mutande”. Conclusione: “In estate tutte le ragazze americane sotto il vestitino svolazzante non portano le mutande”. Dovete sapere che io e questo mio amico, che chiamerò Scannasurgi, abbiamo passato ben due giorni a camminare per New York in lungo e in largo, cominciando dalla folkloristica Harlem (dove ho rischiato di essere arrotato da un motociclista amante dei marciapiedi) fino a giù e ancora più giù nella Lower Manhattan… addentrandoci nei meandri più reconditi del Central Park e del Metropolitan Museum, cavalcando ganzi il selciato di Wall Street, scrutando all’orizzonte la Statua della Libertà, gongolando da falsi Hipster per le strade di Brooklyn… ma in ogni istante, tra una avenue e l’altra, tra Malcom X e Luther King, tra un De Chirico e uno Chagall, tra una Cheese Cake e un caffè troppo lungo… l’occhio era in perenne caccia della traccia di un’assenza …sotto la gonnella, sotto il tubino, sotto il jeans… l’ossessione della smutandata ci colse e non ci abbandonò fino al ritorno in famiglia… e che famiglia. (continua)

A Means to Mighty Ends

Sono arrivato a New York City alle 7.28 a.m. di un venerdi mattina. Solo. La notte passata in un bus molto scomodo mi aveva regalato la nebbia dell’insonne e un sacco di giunture intorpidite. Sono uscito dal terminal sulla 42esima strada come un monaco che entra al tempio, mondato dalle lordure del quotidiano e da ogni necessita’ e volizione. Apro le porte e New York avvolge come l’acqua un palombaro in caduta libera nell’abisso. Ascolto il mio respiro e scricchiolano le ginocchia, ma il passo si alza e trova presto la sua cadenza. Si cammina sul fondo e lo sguardo si alza d’istinto come quando cerchi luce e aria ma trovi solo muraglie verticali senza fine, da dove potresti essere caduto, ma non importa, perche’ la voglia e quella di prendersi a schiaffi per svegliarsi dal sogno. Invece sorridi e forse ti si dipinge sul viso una domanda indefinita, uno stupore sfumato. Imprechi, butti giu’ qualche sana parolaccia che ti riporta alla realta’ e finalmente ti spuntano le branchie. La tua nuova condizione di sardina metropolitana diventa sopportabile, insieme alle migliaia, in branco ordinate, sei destinato a fluttuare in questo acquario di cemento e catrame.
Ho cominciato ad andare verso est sulla 43esima strada e poi verso nord incontrando quasi per caso la Quinta Avenue… cominciavano a ronzarmi in testa tutte le voci dei dannati doppiatori di attori grandi e piccoli che si davano appuntamenti, che avrebbero svaligiato banche, che consigliavano ristoranti, che abitavano, passeggiavano, sgommavano sulle fottute strade numerate, ho finalmente comiciato a capire cosa diavolo fossero il west end, l’Upper est side, il Village e Soho e tutte quelle cose intraducibili per la Hollywood sbarcata sullo Stivale. Ho visto Times Square senza turisti (alle 7.48 am)e ho capito dopo che era una specie di miracolo.
Ho cominciato lentamente… e lo capisco solo ora – in quelle prime ore a Manhattan… ho cominciato lentamente ad ammazzare un sogno, un immaginario coltivato per anni, nutrito da ore e ore di flussi cinematografici che avevano costruito un mito, anzi un’intera mitologia fatta di luoghi, angoli, palazzi, scorci, ponti, stradine e stradone, taxi gialli e pareti di vetro. Come faro’ adesso a riguardare i film di Woody Allen? o i film di Spike Lee? e sopratutto perche’, tra i grattacieli, Spiderman non si e’ fatto vedere nemmeno una volta? dove sono gli alieni che minacciano di distruggere il mondo, puta caso, sempre dal centro di Manhattan? Eppure ho vagato per questo set a cielo aperto per almeno 12 ore, ma niente, nemmeno King Kong sull’Empire State Bilding. Che delusione! Solo smog, gente e rumore. Ecco il rumore… forse per colpa della stagione (troppi condizionatori accesi), sicuramente per colpa del traffico e non solo, New York ha un livello di decibel pazzesco distribuito in maniera capillare, non c’e’ angolo che si salvi da questo enorme boato continuo che ti rintrona. L’unica zona di salvezza sono i musei, peccato che tra Moma e Metropolitan fanno a gara a chi congela meglio i visitatori (19 gradi secchi dentro, 32 umidi fuori).
Pensavo che Milano fosse sporca, rumorosa e soffocante, beh… quasi tutta Manhattan e’ Milano al cubo, anzi alla quarta. La metropolitana… ecco… il film “I guerrieri della notte” e’ del 1979 (credo o giu’ di li’), guardatelo… la subway e’ ancora cosi’.

Dopo un paio di giorni a New York mi e’ venuto in mente un grande film e una scena in particolare che posso apprezzare solo ora.. (da La 25esima ora di Spike Lee)


e per chi vuole l’originale inglese

(continua)

Terroni per sempre

Ebbene i nonni arrivarono. Come l’avvento di un doppio messia incarnato. Il pargolo è caduto preda dell’estasi suprema e come uno dei pastorelli della madonna di Fatima ha assunto un’espressione fissa per almeno una mezz’ora… bocca aperta in un mezzo sorriso, occhi vitrei e ipertiroidei da cocainomane, è andato a nanna all’una avvinghiato alla nonna come una patella allo scoglio. Mamma e papà invece hanno goduto come bambini a Natale, scartando le sostanziose derrate alimentari che come per magia spuntavano dai bagagli freschi di aereoporto. Ringrazio pubblicamente tutte le zie e gli zii che hanno contribuito e che hanno pensato ai vari compleanni.

I superNonni, devo dire, hanno affrontato il viaggio con la scioltezza di due ragazzini, il fuso orario non ha sortito grandi sconvolgimenti, il giorno dopo, freschi come due rose bianche di maggio, erano pronti a scorrazzare per Toronto in sella alle bici, recuperate apposta per loro dal solito portoghese (a prezzi portoghesi!). La prima giornata è andata via tra spesona vegan per la madre e la madre della madre e tranci di animali sanguinolenti per suocero e genero. Il pranzo è stato corroborato da una carbonara “light” e vino casalingo offerto gentilmente dal nostro vicino abbruzzese che spaccia  fiaschi di montepulciano fatto in casa. E poi tutti a nanna per 3 ore… anche il Samba – noto insonne – non disdegna il sacro sonno del meriggio.

Rinfrancati dalla nanna, tutta la famiglia, inforcando i manubri, cavalca via veloci – tanto è tutta discesa – verso il centro della città. La serata passa in cordata su 8 ruote, sfidando l’intenso traffico della metropoli, la scarsità delle piste ciclabili, gli azzardi semaforici del nonno e le ansie da caos della nonna.

Meno male che verso le 8 il piccolo ci ricorda che il suo stomaco – perfettamente sincronizzato con quello di suo padre – necessita di essere rifornito di consumabili alimentari… Ora… mangiare decentemente a Toronto è un’impresa facile se hai il portafoglio gonfio e sei pronto a tollerare piatti raffinati e porzioni da nouvelle cousine oppure se hai uno stomaco di ferro e sei pronto a digerire la brecciolina nascosta nel Roti indiano o nei vari intrugli dei musi gialli (sia detto simpaticamente)… meno male che il pargolo ha un palato raffinato e radicalmente nazional-popolare, come per una strana coincidenza quello che piace al figlio piace anche al padre… fatta una disamina mentale al fulmicotone il padre però brancola nel buio, le pizzerie già testate e approvate sono troppo lontane, ma la grande Mamma ha il lampo di genio: “Possiamo andare a mangiare da Terroni!”

E TERRONI SIA!

E cosi i nostri nonni, dopo 8000 km attraverso l’atlantico, dopo aver affondato i copertoni sull’asfalto della metropoli canadese, hanno avuto il piacere – fin dalla prima sera – di degustare il piatto tipico, LA PIZZA. Un’ottima pizza bisogna dire… innaffiata da un Menabrea alla spina.

Il ritorno in bici è stato piacevole, persi tra le stradine semibuie e deserte dei quartieri residenziali.

Come potete vedere dalle foto, anche il giorno successivo è stato all’insegna della bicicletta. Una quarantina di km sono stati macinati dai giovani nonni. Il nonno in testa decideva l’itinerario stile Tour De France, sotto il sole meridiano dei 32 gradi umidi che ci sollazzavano le ascelle. Il pargolo ha pensato bene di sprofondare nel sonno dei giusti per almeno un’oretta in una posizione non proprio comoda… ma si sa i bambini son di gomma. Finché si è trattato di andare, i piedi pompavano a manetta – dato che – ripeto – tutte le strade sono un lento declivio verso il lago -, ma quando è giunto il momento di ritornare, ho visto cose che voi umani… il viso della nonna paonazzo implorava pietà, così come la bici del nonno, stremata dai polpacci dello stesso, che non si arrendeva – manco per il cazzo! – alla salita più perigliosa (assegniamo al Samba in Gran Premio della Montagna), il Genero, temprato ormai da tre mesi di duro allenamento, ha affrontato la cosa come il più compassato degli atleti (presto le foto degli addominali guscio di tartaruga). Insomma… è stata dura… ma Toronto vista dalla bicicletta ha cominciato ha svelare i suoi segreti anche alla coppia dei Capostipiti…

p.s. il mio duenne preferito sembra cresciuto improvvisamente… giusto per farmi incazzare secondo me, ha cominciato a fare cacca e pipì quasi a comando (supervisionato dalle fresche energie dei vegliardi)… e a proferire più parole del solito… certo è anche tartassato dalle manie igieniste dei due nonni, che non si capisce perchè, dopo aver passato la loro infanzia squagghiati ai “tre monti” e buttati a terra in tutti i cortili dell’alto salento, rompono le palle al mio mostriciattolo se cammina a piedi nudi dentro casa (okkei il pavimento non è proprio lindo…).

Alla prossima

The Rizzos

Buongiorno Italia e gli spaghetti al dente…

Mentre la nostra nazionale sprofonda sotto i colpi dei conquistadores, mi vien voglia di scrivere due righe. Da queste parti c’è grande trepidazione, siamo in attesa dell’avvento dei Nonni Sambati-D’Ettorre direttamente dalla Capitale sprofondata, pare, tra le fiamme dell’inferno. Per l’occasione la stanza dei giochi di Pietro è stata restaurata per accogliere la mai troppo esile stazza del venerato Nonno, venerato dal mio ragazzo come una divinità pagana che come per miracolo si materializzerà domani notte… invece la stanza da letto dello stesso sarà occupata dalla superNonna che non vede l’ora di spupazzarsi il pupo fino a consumarlo …. intanto la Spagna ha segnato il terzo gol, direi che la nostra Italia se ne va a casa a testa china. Secondo me è il Nonno che, guardando stasera la sua unica partita, ha portato una sfiga pazzesca. Io invece come il peggiore dei peggiori – fantozzianamente –  ho un auricolare nell’ orecchio destro sintonizzato su Radiopopolare… ma solo dal 72esimo… Devo dire che non mi aspettavo una passione accanita da parte dei canadesi per il calcio… qua diventano pazzi, quando il portogallo ha passato gli ottavi (forse) il quartiere portoghese sembrava Rio de Janeiro durante il carnevale polizia in bici, sbirri a cavallo, volanti e pantere, elicotteri e ….. 4 a zero… che umiliazione… oggi nessun italo-americano scenderà in strada a festeggiare per tutta la notte… peccato uno spettacolo curioso tutto sommato… c’è un piacere sottile e una sorta di sadismo – lo ammetto – a pensare che tutti i soldi spesi in bandiere, trombette, fiochi d’artificio e trikke trakke… saranno adesso completamente inutili… tutte le auto ridipinte col tricolore se ne staranno mestamente in garage, nessuna fanciulla dalle tette dolci si dipingerà la faccia di bianco-rosso e verde, nessun idiota con il suv sfiancherà il suo clacson, le pizzerie saranno vuote, la moretti non scorrerà a fiumi… e diman tristezza e noia recheran l’ore… Dai la mia è solo una provocazione, devo dire che ho goduto dell’ultima mezz’ora di Italia-Germania, seduto sulla bici con la prole addormentata tra le cosce, ho trepidato davanti alle falcate del nostro Balotelli (scoprendo per altro che anche la nostra nazionale mostra il segno dei tempi) animato da un sano agonismo, insieme a un branco di italiani anglofoni e uno sparuto gruppetto di mangia-wurstel che in maniera molto civile guardavano la partita all together. Il piccolo se la dormiva ma è stato svegliato in maniera brusca dall’urlo del finale, quando tutti gli astanti come tarantolati si sono rovesciati in strada diretti a Little Italy, sfruttando gli ultimi effetti delle birre tracannate negli appositi recinti all’aperto. Ecco… questa è una cosa degna di nota, in questo paranoico paese… immaginate di essere in un parco o  in un giardino, in una bella piazza o in una via suggestiva, in un quartierino che regala angolo deliziosi o nella via dei mercatini…e ad un certo punto, in quel caldo pomeriggio d’estate, ti viene voglia di una bella birra ghiacciata, di quelle che quando le stappi frizzano, di quelle che il vetro suda condensa come rugiada miracolosa, allora tu cominci allora a fantasticare di fette di limone infilate nella Corona, di bicchieri con la brina a raccogliere Hoegaarden antigravitazionali e di gorgheggi d’epiglottide alla Heineken:  rutti attesi come orgasmi… mentre ti perdi in questo deliquio, decidi di entrare in un bar e farti la tua “canadese” (chi mi sa dire perchè noi terroni chiamiamo così la birretta da 33ml??!!). Hai due scelte: o consumi al banco come un novello Bukowski, oppure all’aperto ma dentro il recinto. Il recinto è uno spazio chiuso da transenne più o meno eleganti che segna il luogo simbolico della perdizione… chi entra nel recinto è un reietto consumatore di alcolici… addio sogni di alberi sopra la testa mentre ingolli il tuo sorso di bionda, addio passeggiate amene dalle dita umide e dalla gola profumata di malto e luppolo, addio grigliate sotto le stelle innaffiate dal dono di Bacco…

… bah cambiamo discorso

Come avete visto dalla foto da questa parte dell’oceano si affronta l’estate meglio che si può. Il fanciullo affonda le gambe in qualsiasi vasca piena d’acqua gli capiti a tiro, mamma e papà, invece, che hanno pretese più ampie hanno aspettato con ansia l’apertura delle piscine, avvenuta come d’incanto il 29 giugno. Piscine gratis per tutti sparse un pò per tutta la città, ma mica piscinette del piffero, roba seria con scivoli e giochi d’acqua, insomma da passarci una bella giornata.

“Caro…?! Allora tu e il pargolo andate in piscina oggi?!

“Certo cara, una delle più belle!”

“Ah bene! Tutta la giornata?!”

“Mah veramente apre alle 12”

“Alle 12??!!… e che cacchio di orario eh?… vabbè poi state tutta la giornata!”

“Veramente chiude alle 15.45 e poi riapre alle 17…. sai per favorire il ricambio”

“Ah … dalle 12 alle 15… dobbiamo comprare altra crema solare…”

Non c’è dubbio, in quanto a offerta di servizi al cittadino Toronto la sa lunga, ma te la complicano un pochino anche. La piscina comunque ce la siamo goduta, venerdì e sabato (compleanno della mamma- per chi non lo sapesse). La mamma ha litigato per l’ennesima volta con il mondo e questa volta per colpa della seconda paranoia serpeggiante in Canada: la sicurezza. La piscina comprendeva due vasche, una più modesta effetto Maldive con il fondo che declina da zero a 120 cm e l’altra di una ventina di metri che passa da 1 metro e 45 a 2 metri e 75,uno scivolo arancione rendeva più arzigogolato il paesaggio. Un paio di piscine del genere in Italia animerebbero spasmodicamente gli ormoni di stormi di adolescenti che tra tuffi a bomba e gavettoni frenetici animerebbero la bile dell’unico bagnino solo a fine giornata. In Canada NO. Anche gli adolescenti obbediscono genuflessi al redarguire lesto dei 6 – dico sei – LIFEGUARD (leggi bagnini) che vigilano, tre sulle torrette, tipo giudici del tennis, e tre bordo vasca. Indaffarati a far rispettare il decalogo del bravo bagnante. Una cicciona sul suo trespolo ha rimproverato la mamma perchè permette al figlio di correre pericolosamente sul cemento insieme al suo amichetto. Un altro yankee di 17 anni, secco come Joshua ai tempi d’oro, rompeva le palle perchè il padre portava il figlio all’acqua alta (un metro e venti) con solo i braccioli e senza il giubetto d’ordinanza… insomma non è stato esattamente rilassante… vabbè chiudo qui alla prossima… tanti baci a tutti 🙂

http://www.youtube.com/watch?v=zRDVQT_MT-o