ehi ma il canada è una monarchia?


Cari tutti, da queste parti ci prepariamo a festeggiare il giorno della Regina Vittoria, il Victoria Day! La superRegina d’Inghilterra che bastonò l’Europa e il mondo per 60 anni, fino a che non è schiattata nel 1901! Bene… dico io… una bella festa nazionale, ma… ma che centra, che ci azzecca una festa nazionale dove la festeggiata è una regina oltreoceano. La cosa mi lascia abbastanza perplesso e allora non mi rimane che googleggiare un pò e aggiornarsi sulla storia di questo strano paese.

Tutti sanno – grazie a hollywood e a reminiscenze scolastiche – abbozzare una storia  minima degli States… George Washington, la guerra d’indipendenza, Abramo Lincoln, i nordisti contro i suddisti, insomma film come L’ultimo dei Mohicani, Balla coi lupi, C’era una volta il West e tanti altri ci hanno riempito la testa di tante informazioni più o meno precise sulla storia di uno straordinario paese che ci ha colonizzato un pò l’anima. Ma il Canada…? diciamoci la verità nessuno sa un cazzo del Canada!  Ebbene il Canada è una monarchia costituzionale e la sua regina è Elisabetta II, la mamma del principe Carlo… oh my god! Non vi tedierò con noiosissime questioni interne, immaginate solo l’incazzatura dei milioni di francesi che vivono qui da secoli e si ritrovano a festeggiare la corpulenta Victoria! Insomma la storia la fanno i più forti e un paio di secoli fa – o giù di li – i più forti furono gli abitanti di quella dannata isoletta del nord-europa… vinsero gli anglofoni insomma… ma ormai di francofoni ce n’erano a bizzeffe quindi si son dovuti organizzare ed è nata l’accozzaglia di lingue, culture e tinte di pelle che è oggi questo paese, alla faccia di Irochesi, Uroni, Algonchini e di tutti i nativi aborigeni.

Non c’è niente da fare… gli Usa sono una nazione cazzuta, irascibile come poche e con una superbia invidiabile, la propria indipendenza se la sono conquistata a suon di schioppettate nel sedere ai sudditi di re Giorgio, la sua Costituzione comincia con la parola LIBERTA’!… la Costituzione del Canada invece (come mi ha fatto notare un canadese) comincia con la  parola Pace… che teneri paciocconi, che democratici questi canadesi… e intanto si ritrovano tra le foglie d’acero il faccione della regina Vittoria. Bah!

Comunque facendo un giro dentro Toronto sembra di essere a Lecce sotto Natale, baracchini di venditori di fuochi d’artificio in ogni angolo (si okkei… paragone da provinciale incallito). E aspettiamo domani THE VICTORIA DAY.

P.s. ringraziamo e ringraziate Paola Scattolon per le foto allegate!

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Impressioni da un mondo a parte

Rieccoci!

Dopo un pò di giorni di assestamento la famiglia Rizzo cavalca la foglia di acero!

Allora il quadretto è questo… Immaginate una casetta con il tetto a spiovente e un grande ciliegio (e non un mandorlo!) a dare il benvenuto, questa è la nostra dimora e forse, dico forse, lo rimarrà se quella stordita della nostra padrona di casa riesce a risolvere un pasticcio infornato mentre si fumava la sua dose quotidiana di crack, altrimenti speriamo che Toronto abbia qualche ponte disponibile… Comunque… a parte il pavimento che scricchiola, le formiche, i buchi tappati col nastro adesivo e le pareti azzurre, questa casetta ha un unico grande difetto (oltre alla sua padrona) è un pò lontana dal centro universitario… e la povera mamma – che porta il pane a casa – ogni mattina, diligente, si alza all’alba delle 9 e si dirige – scollatura, jeans attillato, collana pendant con orecchini – verso le lontane miniere della conoscenza dove la aspettano atroci turni di scavi tra tomi e moquette, scaffali, e plafoniere al neon. Il povero papà lasciato sull’uscio all’ombra del ciliegio, dopo il bacio quotidiano, striscia le mani sul grembiule e prende in braccio il pupo che già fa ciao ciao con la manina alla sua mamma splendida splendente sotto il sole di maggio. Tristi quanto basta per aver salutato la cara mammina, i due Rizzos, chiusa la porta, sanno già che anche oggi passeranno una giornata come solo due maschi sanno fare. Minimo sforzo, massimo risultato (almeno per il minorenne dei due).

Accatastate in un angolo qualsiasi le tazze della colazione (dove tra padre e figlio è un pacco di biscotti alla volta), ci si prepara per uscire.

Tolto il grembiule il papà sfoggia la sua maglietta più attillata e ancora in mutande tende un agguato da serpente a sonagli al mostro con i capelli a caschetto che lotta come una mangusta contro l’ennesima vestizione del pannolino. In un intreccio da lotta greco-romana il figlio è vestito, il padre recupera calzoni, scarpe e zaino con tutto il necessario (cambio completo, milleusi, spuntino, acqua, giochino da intrattenimento, libretto da rilassamento, mappa).

Da che il ragazzo ha imparato a camminare il papà ha deciso che ha dà camminare… niente passeggino e via in marcia.

Ora, le occupazioni che offre una città nord-americana a due maschi europei in cerca di intrattenimento sarebbero molteplici se uno dei due fosse alto almeno un metro e mezzo e l’altro non avesse responsabilità civili e penali da obtemperare nei confronti del primo, un tappo di 93 centimetri.

A parte le facezie, la domanda è: cosa offre Toronto ad un bimbo di due anni e a suo padre? Tantissimo pare! Sopratutto se ci si alza presto e si esce di buon’ora. Non è il nostro caso naturalmente, dopo aver cavalcato 6 meridiani di fuso orario il mio ragazzo non leva le sue sacre terga dal letto prima delle 9 (e papà gode), ma basta attrezzarsi con un pranzo al sacco e la città e i suoi segreti si apriranno come per magia sotto i passi dei due consanguinei.

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Primo esperimento: Toddler time

Non so quanti di voi hanno già provato l’imbarazzo di dover coinvolgere un infante in un’attività ludica dovendo rinunciare per sempre a quella postura adulta dolorosamente conquistata e alla propria maschia compostezza di un corpo più meno in letargo. Battere le mani, capriole e girotondi non sono proprio un’iniezione di serotonina superati gli 8 anni, ma per amore dei figli… superata quella fase – e meno male che il sottoscritto ha affinato le sue prestazioni per cause professionali – di fronte alle circonvoluzioni di alcune mamme obese e alla voce melensa delle animatrici anglofone, la compassione è talmente intensa che scoraggerebbe il padre/educatore più intrippato. Ma il ragazzo si diverte in questa mezz’ora gentilmente concessa da tutte le biblioteche di Toronto (quelle che noi chiameremmo le biblioteche rionali). E quindi lasciamo divertire il ragazzo che magari anche papà impara un pò di inglese, cantando i teneri jingle per i nostri toddlers (i bimbi dai 18 ai 30 mesi). Bisogna ammettere che le biblioteche hanno un’attenzione maniacale per tutto ciò che riguarda i bambini, oltre a sterminati scaffali dedicati solo a loro, la maggior parte delle attività proposte attraversa tutte le minori età possibili e ogni biblioteca diventa un punto di riferimento per tutta la famiglia. W le Toronto Library! Dimenticavo… la nostra biblioteca preferita è quella più vicina a casa, non perchè sia la più comoda… ma perchè c’è la nostra Mary… vero ragazzo? che ci regala gli adesivi, che ci sorride sempre e ci parla un italiano che ci manda in sollucchero… aaaah la nostra Mary con le sue braccia da fornaia e gli occhi vispi come le nostre donne japigie… i genitori di Mary sono di Bitritto!!!

Secondo esperimento: Drop-in

Ecco un’altra parodia dell’asilo. Il Drop-in. Praticamente è un luogo più o meno grande che può avere diverse stanze. Di solito si risolve tutto in un grosso stanzone dove si svolgono tutte le attività. Paghi una quota annua (10 $), iscrivi tuo figlio all’attività (altri 20, 30, 100$ dipende) e hai un bel calendario dove in quei giorni e quelle ore il sangue del tuo sangue avrà la fortuna di intrattenersi con i suoi simili e montare e smontare a piacimento il giocattolo di turno, battere le mani, fare i girotondi eccetera. Bene!! Dico io… e a che ora torno a prenderlo?…. Torni a prenderlo… no, no… tu stai li con lui! Aaaah ho capito. Insomma anche qui tramontano le speranze paterne di abbandonare a se stesso il ragazzo almeno per un’oretta… Però se non vuoi partecipare alle attività c’è la Toys Library.. mmmmh la libreria dei giochi… eccola qua! una stanza 4x4m con una colata fisher price di plasticume atossico, puzzle in legno anni 80 e una manciata di tricicli per girare in cerchio intorno alle sedie degli adulti. Gli adulti… tutte donne naturalmente, donne con un occhio fisso sull’infinito e l’altro attento a che il pupo non si strozzi con i cubi di legno, donne dalle braccia conserte abbandonate alla propria sedia che parlano ad un interlocutore invisibile mentre passano l’ennesimo acino d’uva ad una bimba in rosa traballante e corpulenta… ma attenzione… la bimba yankee ha un’accompagnatrice afro, il bimbo latino ne ha una dagli occhi a mandorla… babysitteraggio interetnico!… sono troppo avanti questi canadesi! Eh si! Prassi comune vuole che – per esempio – madre afro di figlio 4enne prenda a carico altro bimbo di madre (lavoratrice) di classe più elevata… e le classi più elevate quasi sempre sono di colore bianco… pallido e smunto. Mentre io mi raccapezzo tra shock culturali e calcoli sociologici, un caterpillar di plastica ha catturato l’attenzione del mio duenne… ma fuori c’è il sole, tanto vale portare il pupo a rimorchiare qualche coetanea in un parco.

Terzo esperimento: il day-care

Eccolo finalmente l’asilo nido! Anzi il Nido d’infanzia! Okkei, anche in nord-america hanno dei servizi sociali allora! E che cavolo! E noi che ne parliamo sempre male!

– Scusi, buongiorno, vorrei iscrivere mio figlio al vostro Asilo… posso avere delle informazioni?

– Certo caro papà, questa è la brochure, ci sono gli orari, le attività giornaliere, i prezzi…

– Ah i prezzi… vediamo …. 65 dollari… alla settimana?

.- No caro papà, al giorno.

Moretti aveva ragione: http://www.youtube.com/watch?v=E-GkBzNDfKM

Alla prossima, dove leggerete di furti d’uva e accampamenti in luoghi sacri… e poi di parchi, alberi e denti di leone (i fiori) e di… pancake con lo sciroppo d’acero.

Toronto casa

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È la fettuccina insaporita dal fungo. Una tavola dal sapore amico ed un autista del bus che per la seconda sera consecutiva ti accompagna a casa. Città immensa che si estende più delle braccia aperte, eppure trovi lo stesso autista che ti riconosce, ti sorride e quando scendi, ti dice: “take care”, “abbi cura” (di te). Ieri sera diluviava e quando si sono aperte le porte del bus, toccava solo a noi. Noi dinanzi allo scroscio incessante, ai lampi e ai tuoni. Figlio ascolta, questo è un tuono, è il tuo primo tuono, il tuono di cui ti accorgi consapevole. Il tuo sguardo è smarrito ed attento, in ascolto, stupito dinanzi alla forza della nostra Terra. Ieri sera era ieri e correvamo come matti, con i piedi innaffiati dalle auto che sfrecciavano. Il papà era un gigante, con un braccio ti cingeva e con l’altro teneva il passeggino ribaltato sul capo a modi ombrello. E giù a passo svelto,  fino a casa. Questa avventura è un gioco, un gioco che scompiglia le carte e fa cascare i castelli. Ci gira la testa e dormiamo profondo. Il nuovo squilibra ed inebria per noi che reinventiamo uno stare. Non v’è sedia e non ci piace sederci. La bisnonna insegna a viaggiare perché il viaggio è un continuo pensare. La tua barca di carta è il nostro andare. 

é domenica! tutti in gita!

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Ogni tanto anche da queste parti esce il sole e guarda caso, una volta tanto, è uscito anche di domenica. I vostri affezionatissimi non potevano certo farsi sfuggire l’occasione e come faine si lanciarono piedi e passeggino alla volta delle obese strade canadesi sotto un cielo azzurro come il mantello del principe…La nostra destinazione è l’isola di Ward, 10 minuti di Ferry Boat, un parco di qualche km quadrato in mezzo al lago (lago poi… è grosso quanto mezzo Adriatico), senza auto e con molte attrazioni naturalistiche.

E via che si parte!

Ormai noi Rizzos cavalchiamo con scioltezza tutti i mezzi pubblici della metropoli abbiamo imparato tutte quelle microregole che ti permettono di spostarti in una città senza fare la figura dell’idiota appena sceso dalla luna, abbiamo imparato che il tram non si chiama tram ma “Street car” (bella fantasia), che la metro non si chiama Underground (come tutta una generazione ha imparato sui dannati libri delle medie) ma Subway, il bus invece è sempre il bus, ma si dice “baasz”. Bene dopo questa sequela di banalità che sono l’ABC della sopravvivenza metropolitana, vengono le cose difficili, quelle con i nomi difficili… intersection, interchange, cross street e altri sdilinguimenti per la dannata geografia ortogonale di questa megalopoli costruita sulle ossa dei poveri indiani, dove per cambiare autobus con lo stesso biglietto devi beccare la fermata a ridosso dell’incrocio, ma non la fermata subito dopo, ma quella subito prima, altrimenti per quei 200m gli Yankee fondatori di questa bella civiltà ti fanno pagare altri 3 dollars. Vabbè, tutto questo per dirvi che i vostri amatissimi hanno percorso i 18 km che li dividevano dal traghetto nel tempo record di 38 minuti prole al seguito, anzi prole urlante al seguito, che con il suo barbarico yohooop sottolineava la cavalcata a rotelle del suo passeggino sul cemento liscio della banchina, un bimbo a 8 ruote che come un purosangue lanciato sul paraboloide, grazie alla paterna foza motrice, fendeva l’aria fino alla lingua di ferro del culo del ferry. Eccoci saliti! Sciogliete le gomene, ingozzate i pistoni! Il naviglio ritrae la sua protesi, un urlo-sirena nell’aria e si parte.  YOOOOHOOOOP!

Arriviamo sull’Isola che siamo poche anime assonnate di una domenica mattina tersa, come un olio di Crivelli (scusate la metafora colta) e con un livello di saturazione dei colori degno di un default-desktop di windows. Certo ci sono nugoli di moscerini che ti fan desiderare una tenuta da apicoltore, ma pazienza. Capisci che sei arrivato in un posto umano e accogliente da due cose: 1) lasci a terra il frutto dei tuoi lombi e non gli stringi neanche la manina – vai ragazzo mio, l’isola è tua! 2) Abbracci gli altri lombi assai più flessuosi e rotondi e lasci che baci da fidanzati schiocchino nell’aria come per magia.

Forse non abbastanza deserta, ma ugualmente affrontiamo l’isola come naufraghi in cerca di ristoro. Con la pigrizia congenita e acquisita che ci contraddistingue affidiamo la curatela del duenne alla natura contaminata dai parco giochi e mamma e papà – finalmente – si svaccano su una panchina al sole incuranti del mondo. Il fanciullo biondo intanto dava dimostrazioni di incauta destrezza che il padre guardava con una sola parte del cervello, mentre l’altra era impegnata a pregare che alla fine dello scivolo ci arrivasse di piedi e non di testa (ma tanto siamo assicurati! strozzini!), la madre invece si limitava a distribuire tenere raccomandazioni con gli occhi chiusi di chi si abbronza, come petali di margherite partivano, lanciati nell’aria, i suoi: “stai attento, tato!”, “dai forza, prima un piede poi l’altro” e cosi via.

Dopo circa un paio d’ore, in cui l’ometto gongolante ha rischiato di, nell’ordine:

1) cadere nel canale in mezzo alle barche

2) essere centrato in piena fronte dal freesbe dei giocatori di Disc-Golf (se sapete cos’è il golf e qualche volta avete lanciato un freesbe siete già pronti per iniziare, al posto delle buche ci sono piccoli rettangoli di cemento dove il vostro freesbe – un pò più pesante – deve atterrare in meno lanci possibili)

3) arrotato dalle quadriciclette che i visitatori affittavano a profusione

4) travolto da 5 quattordicenni che giocavano a Star Wars

5) attaccare – finalmente – l’Ontario con i suoi carriarmati (vedi filmato http://youtu.be/-62jcydAWEo )

Dopo un paio d’ore dicevamo, i Rizzos cominciano ad avvertire i morsi della fame… e allora decidono, lancia in resta, di partire alla scoperta delle amenità del luogo, indagando se anche in quelle lande desolate rimpizzate schifosamente di natura esistono posti dove in cambio di fruscianti verdoni ti riempiono la pancia di proteine animali e vegetali, sempre in barba ai peregrini tentativi salutistico-vegani della mamma morbida e odorosa.

Non facciamo troppa strada, figurati, un ballerino sui 60 con i pattini ai piedi e le cuffiette, con un fare alla Woody Allen convertito al fitness bucolico, ci consiglia un piccolo ristorantino proprio là a due passi, dove la roba costa cara ma ne vale la pena – sempre meglio della pizza condita di gastrite.

Devo dire che il Nureyev delle 8 ruote aveva ragione, abbiamo mangiato e ne abbiamo goduto. EH FINALMENTE CAZZO!  E fatemi direi qualche parolaccia! Dopo la feta alla cicuta del greco, i ravioli fritti-fritti del cinese, finalmente un panino, un cazzo di panino fatto come si deve, un ciabattone da 3 etti, serio, quasi arrogante, ma bello come poche cose al mondo, arroventato sulla brace, cosparso di burro, traboccante di pollo alla griglia, di pancetta croccante, di insalata vera, pomodori grassi e qualche intrigante cremina umida che solletica tutti gli umori, e finalmente una birra, anzi due birre, una bionda decisa ad alta fermentazione che manda in sollucchero la sposa e una weiss cazzuta e torbida, da vero macho, di quelle che quando scendono cospargono di limo il gargarozzo che diventa di nuovo fertile come la mesopotamia. Aaaaaahhhhhhhhhhhh.

Ehi… in tutto questo anche il pupo ha goduto, il suo uovo sodo è arrivato cotto a puntino, in un piatto grande quanto il sagrato di un Duomo a vostra scelta, guarnito con fette altere del suddetto pane e un’insalatina verde che il pater familias ha consumato come dessert.

46 dollars brothers! Vabbè… il mondo opaco regalato dal tasso alcolico ci restituisce la capacità di sopportare il salasso… e ciondolanti avviamo la transumanza verso la seconda panchina di questo eterno pomeriggio canadese, di questa sconfinata isola che passa sotto i nostri piedi.

Scopriremo più in là tutte le attrazioni di una Disneyland progettata da John Ford e Jerry Scotti, improbabile duetto, dove tutte le attrazioni hanno le buone intenzioni della tradizione e il ridicolo della parodia. C’è la teiera con le tazze che girano, le apine che volano in alto (fino a 2 metri!), il finto Far West, i cigni fuoribordo che galleggiano sulle sponde, l’immancabile sequela di chioschetti spaccia-cibo, ma, signori e signore, è tutto chiuso, serrado, closed. Con grande sollievo delle nostre tasche i molteplici surrogati di una giostra non sguinzagliano nel cielo le loro odiose canzonette. Il figliolo si deve accontentare di mimare il suono di un trenino cavalcioni ad una arruginita mini-locomotiva, e per lui è già tanto anzi forse pure meglio. In effetti il fascino discreto che ha questo posto è proprio nella sua inconfutabile desolatezza, nessun bambino nel raggio di kilometri, nessun suono elettronico interrompeva lo stormire delle foglie al vento (oooohhh), solo noi e il pupo. Che goduria! Ma tanto ci torneremo, magari con i nonni… perchè siamo masochisti, nel pieno del delirio, quando 10000 mostri urlanti e coloro che li hanno messi al mondo sfonderanno la barriera del suono in questo strano posto dove ora si sentono starnazzare le anatre, grugnire i maiali, gridare i pavoni e garrire i gabbiani.