Toronto nel giorno della Liberazione

Solamente adesso che la giornata finisce – e tengo d’occhio l’ora per non fare troppo tardi visto che il sangue del mio sangue comanda una sveglia da caserma – solamente adesso dicevo, mi fermo a pensare al giorno della Liberazione, il 25 Aprile, per me, per noi che siamo arrivati nel mondo libero che più libero non si può, nel Nuovo Mondo che regala libertà un pò qui un pò là, neanche ne avesse raccolta troppa in qualche secolo di espansione coloniale. Un paio di anni fa portavo il pargolo dentro un sacco in giro per la capitale del Nord-Italia guardando un cielo frastagliato dalle bandiere rosse e godendo della festa di un popolo che alle spalle tremule degli ultimi partigiani affida gli ultimi ritagli di dignità. Con il cuore gonfio e fiero scorrazzavo per le vie del centro con il passo deciso di chi intuisce che è giusto essere lì, a prescindere. Oggi che arranchiamo in una nuova esistenza questa giornata è andata via così, come tante, anzi forse peggio.

Il problema di inventarsi una vita da qualche altra parte è che devi risolvere un sacco di problemi pratici, di incombenze, di necessità o presunte tali. L’assicurazione sanitaria, il conto in banca, l’affitto, e poi ripristinare – o quasi –  il tenore di vita a cui eri abituato e quindi un nuovo cellulare (perchè i nostri nokia anni ’90 non funzionano a 1900 megaherz come mi ha spiegato una commessa cinocanadese di 19 anni), magari una bici, una scuola per Pietro, e poi naturalmente bisogna fare la spesa, l’abbonamento ai mezzi, eccetera eccetera eccetera. Tutte cose che in un modo o nell’altro hanno a che fare con il denaro… insomma – per farla breve – più dindini hai in saccoccia più la vita ti diventa comoda… non c’è dubbio. E dov’è che la famiglia Rizzo può trovare tutto quello che gli serve nel giorno della Liberazione? nel più grande centro commerciale della downtown naturalmente. Magari molti di voi aspettano ancora un diario di viaggio, impressioni dalla città più grande del Canada, visioni cristalline dai laghi del Nord, descrizioni succulente dei boschi di aceri… cazzate, il problema è che siamo qui per inventarci una vita normale, quindi il problema più grande non è “cosa andiamo a visitare, quale museo, quale quartiere, quale isola e quale magico scorcio'” no… niente di tutto questo, le grandi questioni quotidiane sono dell’ordine “che mangiamo oggi? dove facciamo la spesa? che mi invento per il giovane erede visto che fuori piove che Dio la manda e ci sono 37 gradi farenheit?”. Insomma le piccole grandi questioni del quotidiano, della routine, quelle cose che se non stai attento ti ammazzano lentamente, anzi ti ammazzano anche se stai attento… Ma meno male che c’è il centro commerciale…aaaaahhh. Il duenne può scorrazzare libero, entusiasta in questo mondo pieno di colori e di signorine che gli sorridono, il papà può sorridere alle signorine che sorridono al figlio mentre la mamma contratta per il suo primo smartphone… aaaaahh e poi laggiù guarda, vendono le macchine in leasing… ehi, a far due calcoli ci costa meno dell’assicurazione sanitaria… mmmh pensiamoci! tanto noi abbiamo l’Aconitum China, l’Arnica e il Rododendrum che sono la panacea di tutti i mali – non ti ammali più con una supposta quotidiana di Silicea, quindi intaschiamoci una Toyota… tanto i bambini son di gomma, quando cadono, rimbalzano.E quanta scelta per mangiare al centro commerciale! anatra arancione alla viet-cong, il Gyros da Zorba, sushi-wok dal giappo, e ancora cucina thai e messicana, McDonald o SubWay, insomma gastrite assicurata.

Ecco il nostro 25 aprile cari italiani e care italiane rimasti in Italia.E quanto è fastidiosa codesta libertà?

maccarò… m’hai provocato e io mete magno, te distruggo…

Non c’è niente da fare, è una lotta già persa in partenza, forse una guerra che è inutile combattere quella contro le sacrosante abitudini culinarie che ci trasciniamo dietro al culo noi italiani. Potremmo azzardare varianti speziate e miscugli al ketchup, ingurgitare tonnellate di Cheeseburger e pollo fritto ma prima o poi lo spaghetto aglio e olio ci scappa sempre. Non c’è niente da dire, a rifare i bagagli, oggi, imbarcherei uno scatolone legato con lo spago carico di caciotte e parmigiano, speck e culatello, caffè, pasta e cime di rapa sottovuoto (come insegnano gli amici rutiglianesi). In ossequio riverente al provincialismo e al regionalismo, alla faccia del cosmopolitismo e delle aperture, l’intercultura è una baggianata! (Dovevo dar retta alla mia amata sposa e tra i calzini e le magliette infilare una forma  di cacioricotta… ma io l’ho snobbata come l’ultima dei terroni migranti).

A proposito… avrei tanto voluto una “moka” traboccante caffè nero, l’altra mattina (?) quando il Mostro duenne – giustamente – ha deciso che alle tre e trenta ora canadese aveva finito la sua nottata e arzillo come una cavalletta pretendeva di ispezionare ogni angolo della casa come fosse un parco giochi, ma non da solo… mano nella mano con il suo adorato papà. Ora non ricordo esattamente con quali morbide armi sua madre sia riuscito a rimetterlo a letto e a tenercelo almeno fino alle prime luci dell’alba ma è certo che quando tutti e tre ci siamo ritrovati nella nostra nuova dining room abbiamo trovato normale riempire una pentola d’acqua, portare a bollore, salare, e “calare”  300 gr di pasta gentilmente concessi dalla nostra padrona di casa, tanto cara, talmente cara che affianco allo pseudo galbanino alle carote, alle ciambelline alle cannella e allo yogurt all’ ananas, nel frigo ci ha lasciato un bel pacco di spaghetti Divella. L’allegra famigliola Rizzo consuma la sua allegra breakfast al suon di forchette rotanti, e la giornata comincia.

… e insomma…

DIstrazione

… e insomma il vostro affezionatissimo sganciava 4 fruscianti pezzi da 10 al vegliardo tassista che gongolante si gode tutta la scena dello sbarco dei migranti dal suo nero barcone con le ruote, manco fossimo ad Ellis Island. Ad accoglierci una minuta moretta smunta che dopo minuti interminabili, in cui l’occhialuto padre già immaginava quadretti dickensiani sotto i ponti di Toronto, apre la fottuta porta d’ingresso della nostra casetta in Canadà. Il figlio è tratto in salvo dallo sferzante vento del nord-ovest, la sposa lo molla sul primo letto disponibile e nervosamente sfoggia con la moretta il suo inglese pensato in italiano pari pari, ma le va di culo, l’altra è di Madrid, si prosegue in spagnolo e italiano e tutti son felici.

Adesso, io non so se qualcuno di voi ha mai goduto dello stato paradossale del Jet Lag, beh è un bel trip, proprio un bel trip… e fa male. Fa male sentire il tuo corpo che ha fame di sonno, il tuo cervello che implora pietà ad un mondo in cui c’è sempre troppa luce… e quando arriva il buio – puttana eva – l’agognato riposo non ha più il sapore che aveva un tempo, quando il fruscio corroborante delle lenzuola era un preludio perfetto all’oblio della catalessi, dormire diventa un obbligo, una risultante di calcoli schizofrenici, un esercizio di sopravvivenza. [continua…]

Jet lag che passione ovvero fusi dal fuso

Sono già 4 giorni che siamo in questa sterminata città di questo sterminato paese e il ricordo dei primi due comincia lentamente a sfumare, si perde  come si perdono i sogni la mattina presto.

Usciti dall’aereoporto (dopo aver elemosinato 2 dollari ad un tedesco di Amburgo – perchè la famiglia Rizzo “naturalmente” arriva in Canada senza dollari canadesi e la macchinetta dei carrelli per i bagagli “naturalmente” non accetta carte di credito) il mio orologio digitale ostinatamente segnava le 23.45, ma tolti gli occhi dal quadrante, il caldo sole del meriggio illuminava le nostre facce e il turbante bianco del vecchio Sik che guidava il nostro taxi espanso, inutilmente lungo, inutilmente largo. Dopo 9 ore di terza classe (perchè la economy viene dopo la business che viene dopo la first), dopo aver sperimentato tutte le forme di didattiche attive con l’erede, dopo Mission impossible 4, Sherlock Holmes 2 e Hugo Cabret la privazione del sonno ha generato 3 mostri sofferenti. La madre con flemma inglese si limitava ad albergare nel seno suo un cucciolo di 13 kg – ed è già tanto – il suddetto cucciolo, in stato catatonico imitava il cucciolo di scimmia ciondolante dalle clavicole della suddetta madre. Solo il pater familias, duro e cazzuto, consapevole delle sue responsabilità, messosi a salvaguardia della famiglia, spremeva le ultime riserve del surrene e con occhio intrepido e mosse frenetiche bruciava gli ultimi scampoli di adrenalina tentando di dare un senso alle azioni del gruppo, tre umani, 2 zaini, 3 valigie, 1 carrello (elemosinato).

La molla dello scimmiotto muto che abbiamo per figlio aveva finalmente finito la sua carica, i piattini non battevano più e lui, accasciato sulla morbida mamma, accasciata a sua volta sulla morbida macchina nera, si lasciava trasportare sulle sterminate strade canadesi in barba ai limiti di velocità. Il nostro ottuagenario Sik dopo aver scartabellato un tuttocittà torontoiano del 1941, dopo aver giocato a scacchi con l’intreccio per niente fantasioso delle stradine di periferia, ferma il suo bolide di 6 metri davanti al 202 di Gilbert Avenue, un mandorlo in fiore annuncia che la casa è quella giusta, che esiste veramente, che forse non abbiamo buttato nel cesso il primo mese di affitto…

Eccoci qua!

Immagine

Bene, comincio nell’ardua impresa di raccontare quello che succede da queste parti, come benvenuto non poteva mancare il tocco magico di F. fotografato e postato come potete vedere sopra. Dunque… non sono molto pratico di blog e questo wordpress ha cosi tante opzioni che la mia misera mente non gli sta dietro… per ora il risultato è piuttosto scadente. L’idea di avere dei lettori mi atterrisce quindi spero di non scrivere troppe stronzate e di non essere troppo noioso…